Dall’ospizio all’ospedale

Dall’Ospizio all’Ospedale

Dobbiamo, prima di tutto, chiarire una cosa: Verona era senza ospedali, ospedali veri, fino all’inizio della “prima guerra mondiale”. – Andiamo con ordine.

Già ancor prima dell’anno mille esistevano piccoli ospizi gestiti con buona volontà solo da ordini religiosi, dove trovavano ospitalità persone che non disponevano di alcun bene, vecchi, ammalati e pellegrini. Nella nostra città ve n’erano più d’uno. Ad esempio il più noto, si fa per dire, era gestito dai religiosi di San Fermo e si trovava nell’attuale Vicolo Sant’Andrea.
Nel 1200 esisteva a Tomba, dove ora vi è il Policlinico, l’ospedale di S. Giacomo e Lazzaro, per lebbrosi e per i malati di rogna (San Giacomo alla Rogna). La chiesetta a lui intitolata esiste ancora, seppur malconcia, nel parco dell’attuale nosocomio (già del vecchio ospedale per malati di mente).

Si ricorda poi che nel 1300, per opera del marchese Malaspina, fu eretto un ospizio in San Giovanni in Sacco, nell’allora deserta Campagnola: trovavano rifugio patrizi decaduti e signori che nella loro vita avevano sperperato i loro beni.

In quel tempo, forse da sempre, erano frequenti le epidemie di peste (si ricorda quella del 1348). Malattia  contagiosissima, che, non essendoci cure adeguate, portava a morte sicura. Fu proprio un…quarantotto: oltre alla peste arrivò anche un terribile terremoto.

Signori di Verona, dopo l’improvvisa morte di Cangrande (1329), il quale non lasciò eredi maschi legittimi, la Signoria passò ai nipoti: Alberto II e Mastino II, figli di Alboino. Il potere andò a Mastino, il quale non fu certamente un santo, mentre Alberto era inadatto al comando.

Il tutto per ricordare che il principe scaligero sposò Taddea da Carrara, una donna eccezionale, che ben presto, lasciò il “cattivo” marito per dedicarsi alla cura degli ammalati. L’ospizio, da Lei voluto, si trova, ancor oggi, in Via Pietà Vecchia sulla destra del nostro duomo, dove ora vi è la Casa del Clero.

Nel 1520 sorse in Piazza Bra l’ospedale Santa Casa della Misericordia.

Dal 1531 il grande architetto veronese Michele Sammicheli, diresse i lavori di porte cittadine, di altre nuove difese, di palazzi e chiese. Realizzò, tra l’altro il famoso Lazzaretto, dove furono isolati gli appestati e i contagiati da altre malattie.

Tra i grandi medici del cinquecento ricordiamo, tra gli altri, i concittadini Girolamo Fracastoro e Giambattista Da Monte, ambedue docenti all’Università di Padova. Il Fracastoro fu il primo scienziato che, nel 1530, elaborò la teoria sul “contagio” e sul trattamento di alcune pericolose malattie come l’allora diffusissima, “sifilide”.

Nel 1575/76 regnava la peste, gli ammalati furono curati, si fa per dire, dai medici e dai…barbieri in quanto appartenenti alla stessa categoria… Nel ’75 i morti furono duemila. Poi il morbo riprese nel ’76 e, complessivamente, morì 1/5 della popolazione. Non era finita!

Il “grande contagio” del 1630, di manzoniana memoria, provocò complessivamente la morte di 32.895 concittadini su 52.533 abitanti.

Apprendiamo dal volumetto “Verona panorama storico” di Nerina Cremonesi Alessio, edizioni Vita Veronese, che: “La ricerca scientifica era attivissima: sorsero una scuola di anatomia (1737) che praticava autopsie su cadaveri forniti dai pubblici ospedali e una scuola di ostetricia (1755) per levatrici e giovani chirurghi; si diffuse su larga scala l’innesto del vaiolo (1769), e si effettuarono operazioni ardite, come quella della cataratta (1749)…”

Nel 1796, con l’ingresso di Napoleone a Verona, le battaglie furono sempre più cruente, fra francesi, austriaci e piemontesi, la nostra città, si trovò nel bel mezzo del conflitto. Aumentarono sempre di più morti, feriti e ammalati, anche tra i civili. Don Pietro Lonardi fondò la “Fratellanza degli Spedalieri”. Tra le persone che aderirono alla fondazione, troviamo: Maddalena di Canossa, don Gasare Bertoni e Carlo Steeb e molti altri ancora.

Nel 1793, fu ristrutturato l’ospedale di Piazza Bra, che, purtroppo, non corrispose alle esigenze degli ammalati. Questo, fu poi acquistato dal Comune per edificare, tra il 1836 e il 1842, Palazzo Barbieri. Nel 1836, altra batosta: il colera. – Ecco però un nuovo nosocomio, si fa per dire, infatti, nel 1812, un vecchio convento, dimesso come tanti altri, per volere di Napoleone, tra Via Valverde e Via Marconi, fu adattato ad ospedale, denominato “ Ospedale Civico di Sant’Antonio”.

Alessandro Alessandri (1808-1895) destinò un lascito per la costruzione di un “Ospedale per bambini” Era primario desiderio, per chi ha scritto queste note, impostare una ricerca sull’uomo Alessandri. A Lui, non è stata nemmeno intitolata una strada: niente! Sulla sua tomba, nel famedio “Beneficis in Patriam”, al Monumentale, vi è questo epitaffio: “Patriota colto e munifico/ con sapiente carità/ ai bambini malati del popolo/ in gran parte legò il suo patrimonio/ perché in apposito ospitale/ con le provvide cure della scienza/ trovassero/ il sorriso per la vita”. Purtroppo le nostre ricerche biografiche, non sono state bene indirizzate. Mah!

Riprendiamo.

Il Comune di Verona affidò il lascito dell’Alessandri, al Patrio Consiglio Ospedaliero. Iniziarono le discussioni, e ancora si discusse in quale Zona doveva essere costruito. Ci pensò la Cassa di Risparmio di Verona che acquistò il terreno di 3400 mq. in Borgo Trento, fiancheggiante la Via Mameli. Si disse che la località era considerata molto salubre e che l’ospedale si sarebbe giovato di un’adeguata area di rispetto e di isolamento e di successivo sviluppo. A proposito di isolamento ricordiamo che davanti al grande cancello d’ingresso, di colore nero, già da tempo, era in funzione la ferrovia Verona-Caprino-Garda e, sull’altro lato di Via Mameli, il tram per Avesa.

Nel 1914, dopo quasi vent’anni dalla donazione, fu inaugurato l’ospedale Alessandri. Si trattava (così abbiamo trovato su “google”) di un ospedale modello per sistemi di costruzione e aerazione secondo le concezioni più moderne dell’epoca. Nel 1915 furono oltre migliaia i ricoverati, ma ecco la guerra. Quel piccolo ospedale fu come un seme piantato in un terreno fertile: diede frutti.

Infatti, terminato il conflitto, dopo varie proposte e polemiche riguardanti il terreno dove sarebbe stato opportuno edificare il nuovo ospedale, oramai assolutamente necessario, decisero, nel 1926, per l’acquisto di tutta l’area adiacente al piccolo ospedale Alessandri. – A distanza di anni, possiamo affermare che non si valutò sufficientemente lo sviluppo urbanistico, allora già in atto, di Borgo Trento. Ma tant’è!

Il progetto per il nuovo Ospedale Civile fu affidato all’ingegner Pio Beccherie nel 1929
. I lavori ebbero inizio, anche per l’eredità di Achille Forti, della Cassa di Risparmio (un milione di lire) e di altri benefattori. Benito Mussoli, nel 1938, visitò il cantiere. Il 13 settembre 1942 fu finalmente inaugurato il grande ospedale: erano sorti gli “Istituti Ospedalieri”. Sul giornale l’Arena, di venerdì 12 marzo 2010, l’amico Giuseppe Brugnoli scriveva, che l’ospedale fu inaugurato nel 1938 da Mussolini. Il “sito” dell’Azienda Ospedaliera recita: …“lo stesso Mussolini vide il cantiere, già in fase avanza di realizzazione, durante la sua visita a Verona del 26 settembre 1938…”

Per quanto riguarda di intitolare l’ospedale all’avv. Selmo, come vorrebbe Brugnoli, siamo d’accordo. Credo, però, che sarebbe più giusto ricordarsi di un certo Alessandri. O no? – Lui almeno non era né di destra, né di sinistra. Di certo è stato un patriota.

Si disse allora che il nosocomio era nato… vecchio. A quel tempo già si parlava di “monoblocco”.- Chi scrive queste note ricorda, seppur vagamente, l’evento: tante bandiere e una folla plaudente. Per raggiungere il nuovo nosocomio, da Via Da Monte, si doveva proseguire per un sentiero.

La guerra, ancora, poi nel dicembre del 1943, l’ospedale fu requisito dalle autorità tedesche: i degenti furono “ospitati” in Via Moschini dove vi era la “maternità” e nell’Ospedale Militare di Santo Spirito.

La sera del 5 luglio 1944, l’ospedale Militare fu bombardato: 49 i morti più cinque suore che vollero rimanere vicine agli ammalati. I loro nomi sono ricordati in una lapide posta nell’attuale chiesa degli Istituti Ospedalieri.

Negli anni 60 la costruzione del “Geriatrico” e della “Maternità”. In Borgo Roma fu edificato il Policlinico, dove trovò posto anche la Clinica Universitaria. Nel 2008 nasce, prima in Italia, la “Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona”.

Ora, si aspetta l’inaugurazione del “nuovo polo chirurgico” antisismico, in Borgo Trento: con trentaquattro sale operatorie. Poi è in progetto “l’ospedale del bambino e della donna”.

In chiusura è obbligo ricordare quanti hanno, in tanti anni, aiutato gli ammalati. Ci riferiamo alle suore e ai Padri Camilliani

A TUTTI AUGURIAMO DI AVERE SEMPRE UNA SALUTE DI FERRO

Bruno

Il Palio

“Poi si rivolse e parve di coloro/ che corrono a Verona il drappo verde…”

Oggi 2 marzo, ricorrono i trecento anni, da quando il sergente Giacometto,  un soldatino stanco, per la durata del Palio che si correva proprio quel giorno, scrisse, forse con un chiodo, sotto il davanzale di una finestra di palazzo Carlotti, nell’attuale Corso Cavour quella scritta, oggi ancora visibile, la seguente scritta:”

A DI 2 M 1710/ IL  GIORNO DEL PALIO SONO STATO IL SERGENTE GIACOMETTO DI PATULIA IN QUESTO POSTO”.- Vi chiederte cosa centra Borgo Trento con il Palio.

Palio non era altro che un pezza di stoffa che andava al primo classificato nelle varie categorie, inizò nel 1207 e terminò nel 1795

con l’occupazione napoleonica.

La lunghezza del percorso variava secondo le categorie: gli uomini da Castelvecchio, i cavalieri da fuori Porta Palio, quello degli asini

dalla Chiesa di Santa Lucia (oggi Tribunale Militare)  e le donne dalla chiesa dei SS. Apostoli. Il traguardo era a Santa Anastasia.

Su “Storia di Verona- le pietre raccontano” del prof. Emilio Pigozzo, è riportato un documento del Moscardo, preso da “Il nostro tempo n. 11- maggio 2001″. Scrive: ” Per antico costume il carnevale solevano correre al Palio anco giovine honeste perm lo più quelle di Campagnola la qual cosa a puoco a puoco si venne dismettendo, che alcuna ne anco dishonesta volontariamente voleva più correre che perciò ultimamente erano da Ministri prese quelle tre quattro di quelle povere sgratiate, che ritrovavano sopra le strade e le facevano correre per forza, alle quale nel correr, con sassi e legni erano malamente dalla plebe oltraggiate…” Al posto loro, ma soltanto dal 1637, fecero correre le cavalle.

In sostanza le ragazze oneste esrano solamente quelle di Campagnola, o… no?                             Bruno

 

L’Art Nouveau

Sul finire del secolo XIX, ecco apparire una nuova forma d’arte espressiva che, nata a Parigi, invase non solo l’Europa ma gran parte degli Stati Uniti.

L’Art Nouveau (arte nuova), chiamata in Italia “Stile Liberty”, ebbe un relativo successo, soprattutto, nell’architettura. In altri paesi europei, si divulgò anche nelle forme grafiche, nel disegno, nella pittura ecc. ecc. “Liberty”, un nome preso…a prestito dai grandi magazzini inglesi che vendevano oggetti esotici. Era una forma d’arte, qualcuno la definì “frivola”, che è stata, secondo ceri studiosi, figlia, per così dire, del rococò.

In sostanza era ispirata dalle porcellane persiane e dagli antichi vetri romani: ornamenti floreali, pavoni, medaglioni e visi di donna dalle fogge e dai tratti asiatici e curvature, nei disegni, a non finire.

In alcune zone della nostra città, nei quartieri che stavano sorgendo in Borgo Venezia ma principalmente in Borgo Trento, il nuovo “stile” piacque a molti architetti.

Una serie di villini e palazzi, furono edificati tra i primi anni del ‘900 e, fino all’inizio della prima guerra mondiale, proseguendo, poi, solo in pochi casi, negli anni 20.

Resta il rammarico che molti edifici di quell’epoca siano stati deturpati o  malamente ristrutturati o, in qualche caso, distrutti.

Ecco alcune foto scattate in questi giorni in Via Ciro Menotti, Viale Nino Bixio, Via Anita Garibaldi, Via dei Mille, Via Anzani e Via Rovereto.

Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PONTE GARIBALDI

IL PONTE GARIBALDI

La Campagnola, quasi una “penisola”, da sempre ben coltivata, anche e soprattutto, per le grandi ruote idrovore che, “pescando” l’acqua nell’Adige, davano la possibilità ai contadini di abbeverare i loro orti e, di conseguenza, avere raccolti sempre abbondanti.

La nostra città, dopo varie lotte, si mise nelle “mani” della Serenissima Repubblica, dal 1404 al 1797, la quale diede a Verona, tranne una breve occupazione da parte di Massimiliano I (1509-1517), quasi quattrocento anni di pace.

Nel 1518, la Dominante ordinò, per motivi militari, la famosa “Spianà”. Case, chiese, alberi, ecc. fuori dalle mura cittadine, per un raggio di un miglio veneziano (1739 mt.), furono abbattute, così pure in Campagnola e nella futura Via Mameli. –

Poi con l’avvento di nuovi invasori, prima gli austriaci, poi i francesi poi ancora gli austriaci (vi rimasero fino al 16 ottobre 1866), a poco, poco sorsero le prime fattorie o “corti”, cintate da alte mura, per maggior sicurezza.

Cosa mancava, allora, al futuro Boro Trento? Mancava un ponte che avrebbe collegato la Campagnola e Borgo S. Giorgio (il futuro Borgo Trento), a Piazza delle Erbe.

E’ pur vero che esistevano i ponti Pietra e Castelvecchio, ma quest’ultimo, da sempre era stato militarizzato.     Solo nel 1870, finalmente, per un angusto passaggio, fu aperto ai soli ai pedoni.- Con ogni probabilità un ponte esisteva anche al tempo dei romani: durante la costruzione dei muraglioni,  afferma il Trecca, venne alla luce un manufatto, senz’altro una “testa di ponte” di quell’epoca.

Di certo, tra le due sponde dell’Adige e i vari mulini, vi era un traghetto, la denominazione di “Via Riva Battello” e le varie stampe dell’epoca, lo ricordano.

Il futuro Ponte Garibaldi, vero “padre” del nostro Borgo, fu costruito in ferro, da un’impresa veneziana dell’ing. Newille, su progetto dell’ing. Corner. Il contratto prevedeva, non avendo il Comune di Verona possibilità finanziarie per realizzazione l’opera, di cedere allo stesso ing. Newille, il diritto di pedaggio, per la l’attraversamento del manufatto.

Il ponte Newille, così fu chiamato, fu aperto al pubblico il 16 agosto 1864. Smilzo com’era, resistette alle numerose e devastanti piene dell’Adige, fino al suo abbattimento.

Il costo per il pedaggio fu stabilito dal Sindaco (“el sindaco palancheta”). Citiamo alcune voci: Ogni persona, soldi 1,05. Un cavallo, bue o manzo, soldi 2,00- Un carretto tirato da tre cavalli, soldi 30,00 Una pecora o un maiale, soldi 0,05. Logicamente, sia da una parte che dall’altra del ponte, vi erano garitte, per gli addetti alle riscossioni dei pedaggi. I pedaggi stessi, per il malcontento della popolazione, furono soppressi nel 1913.

C’è da ricordare che il ponte nel 1867, dopo la partenza dell’esercito austriaco, fu intitolato a Giuseppe Garibaldi che lo attraversò, lo ricorda il prof. Emilio Pigozzo, per raggiungere Palazzo Brognoligo, in Piazza Bra, dove, durante un discorso alla popolazione, pronunciò la celebre frase, ora ricordata con una lapide: “Roma o morte”.

Il Borgo, già alla fine del 1800 era una realtà: strade alberate e piazze abbozzate. Aumentavano le costruzioni di ville, palazzi e case popolari e, quindi la popolazione.

Abbiamo detto che il padre di Borgo Trento fu Ponte Garibaldi e la madre, il Ponte della Vittoria, questo bellissimo ponte fu aperto soltanto 1929.

Nel 1935, ormai non più corrispondente all’aumento del traffico, il Ponte Gribaldi fu abbattuto e ricostruito in cemento armato abbellito con quattro grandi statue, in “tufo”, in posizione “sdraiata”.”.

Quattro anni dopo, le citate artistiche statue, rappresentanti: il condottiero, il Nocchiero, la madre (Anita) e l’agricoltura, furono rifatte, con materiale più idoneo. Questi grandi blocchi statuari, non furono gradite dai veronesi, i quali, lo denominarono ironicamente, con spirito montebaldino, “el Ponte dei Strachi”.

Nel 1945, com’è noto, i tedeschi, distrussero tutti i ponti di Verona, tranne il Ponte della Ferrovia.

Nel 1947 fu inaugurato il nuovo Ponte Garibaldi, senza le famose statue e, di certo, artisticamente meno attraente del primo. Provvisoriamente, furono costruite a tempo di record, delle passerelle pedonali, in legno.

Bruno

La foto è tratta dal volume LA VERONA DI IERI edito dalla Cassa di Risparmio nel 1973.-

Luigi, il bimbo che s’intravede nella foto del 1909, era il padre di Bruno.