Il nuovo partigiano di Berardo Taddei

Ho trovato su il libro "La gavetta", di mio suocero Berardo Taddei la seguente poesia.

Il nuovo partigiano

Eri nell’officina tetra,

nell’immenso campo,

nella fonda miniera,

sulla cattedra del sapere,

    schiavo, indomito e fremente,

    nel carcere fonte di lotta aspra,

quando volontà ancor più malvagia

scagliò fratelli contro fratelli.

I tuoi piedi calpestarono con pena

le erbe fresche e vive, le foglie secche,

la polvere, la neve e il viscido fango.

I tuoi occhi videro gli uccellacci

dell’orrenda morte,

le palpebre arrossate dalla disperazione

di uomini donne e bimbi,

le spoglie disseminate come covoni

nei campi di sterminio o appesi agli alberi

come spaventapasseri.

Torrnasti solo, con la carne lacerata

la casa devastata.  Ed or ti ergi come allora

indomito e sereno, perché molti, perché tutti

si uniscano nella pace.

Perché gli occhi non vedano più orrendi strazi,

le orecchie non ascoltino più gemiti e boati,

i piedi non calpestino tombe e frumento,

le spalle non portino distruzione e morte.

  Candide colombe

seguano  il canto del trattore,

 che traccia il fondo solco della vita,.

e accompagnino stormi gai di bimbi

in giardini sempre verdi,

come la speranza, come la pace.

Berardo Taddei     (8 Gennaio 1952)     

Il Teatro veronese nel 1500

Mia nipote Roberta Lana, vive a Roma ed è hostess dell’Alitalia, tra un volo e l’altro, con enormi sacrifici, ha conseguito, il dottorato presso la facoltà di lettere e filosofia, con una tesi su “Adriano Valerini, comico veronese” (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”). Molto poco  sappiamo come funzionasse il teatro del ’500 a Verona, ed è difficile, per il sottoscritto, estrapolare dalla citata tesi (circa 200 pag.), un panorama sufficientemente completo. E allora non ho fatto altro che copiare una parte della “premessa” della citata tesi.

Non esiste uno studio completo del teatro del ’500 a Verona. Le pubblicazioni sull’argomento scritte tra il 1897 e il 1949 si limitano a ricordare l’allestimento della commedia “Il Geloso” di Ercole Bentivoglio nel 1549 ad opera dell’Accademia Filarmonica. Anche gli studi posteriori al 1949 risultano piuttosto lacunosi. Essi dedicano al teatro solo poche righe e si limitano a superficiali descrizioni di alcuni avvenimenti teatrali.

Merita un discorso a parte l’articolo di Noemi Messora “L’enigma del teatro a Verona” apparso in “Quaderni Veneri” n. 10, 1989, che ci presenta una cronaca attenta degli avvenimenti teatrali veronesi che vanno dagli anni 1480-1548, lasciandoci però solamente immaginare la produzione teatrale dalla fine degli anni  Quaranta, periodo in cui ci è dato conferma un evolversi dell’interesse per il teatro nell’area veneta

Alla luce dei dati emersi si evidenzia che il teatro della Verona del ’500 detiene un ruolo nettamente subordinato s comparato agli aspetti politici, territoriali e sociali che  vengono sempre ampiamente indagati, anche se è palese che per avere una completa visione sul teatro, esso non può essere studiato solo come espressione letteraria ma anche come risultato di fattori politici, sociali, economici e religiosi.

Il 1500 fu per antonomasia il secolo d’oro per il teatro. Basti pensare al lavoro di perfezionamento che subirono la tragedia, considerata il più nobile e perfetto genere di poesia, e la commedia, dove prevalse del vecchio col nuovo ossia temi e tipi desunti dai classici, con ambientazioni moderne; per non parlare della nascita della favola pastorale, produzione teatrale di carattere erotico, fiabesco e allegorico che ebbe larga diffusione negli ultimi decenni el secolo.

Non possiamo inoltre trascurare l’ampia riflessione che si ebbe sul concetto di luogo teatrale come edificio che comprenda una scena per la rappresentazione e un’area per gli spettatori e alla conseguente evoluzione della scenografia.

In particolare è il secolo che vide fiorire la “Commedia dell’Arte” ossia l’affermazione del professionismo attorico e dell’industria del teatro. La conseguente nascita e la moltiplicazione di compagnie di attori che recitavano nelle più importanti città dell’Italia, contribuì affinché Verona entrasse a far parte del loro circuito
itinerante che, di di preferenza, muoveva da Mantova a Modena toccando Bologna e Ferrara per proseguire verso Venezia, fermandosi a Verona e Padova.

La città scaligera diede i natali ad uno dei più famosi attori della Commedia dell’Arte, Adriano Valerini, che fu un esemplare interprete nel ruolo di innamorato, nella storia delle grandi compagnie comiche della seconda metà del secolo.
Egli ebbe la specifica dote di una versatilità grandissima, dalla poesia, allo studio della storia, delle lettere greche e latine e all’arte teatrale quale autore di tragedie; personaggio, purtroppo, ingiustamente dimenticato
o trascurato dagli studiosi di teatro (in particolar modo dai contemporanei) che non gli hanno mai accordato la dovuta attenzione.

Nonostante il costante aumento di interesse per la Commedia dell’Arte e i suoi protagonisti, registrato negli ultimi anni e confermato dal numero sempre maggiore di edizioni sia italiane che estere dedicate all’argomento, gli studi dedicati al personaggio di Adriano Valerini non hanno registrato oscillazioni favorevoli rilevanti.

…………..

Del lecito e dell’illecito

El canton de Verona, una rubrica dell’Arena, firmata M.G., con il titolo “Valerini, attor povero del Rinascimento(allora recitare era una cosa da giullari), fece una recensione  sulla tesi di Roberta Lana.

Poveraccio. Adriano Valerini ce l’aveva messa tutta per sfondare sia sulle scene che nella vita. Nel senso che ci teneva al giusto compenso ed anche ad esser preso in considerazione per quelle sue attività di teatrante. Solo che la società del Rinascimento non stimava più dei giullari chi calcava le scene.

Aveva avuto il suo bel da fare l’Adriano del Ponte Pietra a farsi una cultura e a dimostrarla in giro per teatri e palazzi, ma non aveva  rimediato che la gloria dei guitti, mentre lui aspirava a quella degli artisti laureati.
Anzi, in tempo di Riforma cattolica, entrò in conflitto con San Carlo Borromeo, voglioso di metter censure su un mondo che allettava gli spettatori volti a cercare soltanto lo spasso non certo la meditazione. Se la cavò con l’astuzia di sottoporre i testi ad una censura preventiva, ma dovendo accettare tempo, luogo e persone: il tempo è la quaresima, il luogo che non sia cortile o claustro sacrato, e le persone che non siano religiose, vergini monache e sacerdoti.

Se così capitava a Milano, a Verona il vescovo Giberti, pur essendo uomo di cultura, considerava il teatro trattenimento frivolo e forma di divertimento diseducante per il popolo. Guai, poi, alle donne che si esibivano in scena ed a che le frequentava.
Scrisse un filarmonico veronese, coinvolto in una rappresentazione privata, che mai più poteva partecipare dove era done e che la sua cosientia nol permetteva che facesse questo!

Chi ci dà questi suggerimenti? Una donna, naturalmente. Più curioso è che si tratti di una hostess, Roberta Lana, che tra un volo e l’altro, è andata a bazzicare per archivi, con serietà e metodo, interessata a capire chi fosse quel tal concittadino Valerini, artista della Rinascita, professionista di un’attività guardata spesso con sospetto dai detentori dei crismi del lecito e dell’illecito, ma di cui la società non poteva fare a meno. E come ci stesse stretto nel suo tempo.

Nei miasmi delle guerre

Adriano Valerini passò la sua adolescenza in una numerosa famiglia di artigiani che vivevano dalle parti di ponte Catena. E che lavoravano anche per il famoso vescovo Giberti, iniziatore a Verona della Riforma religiosa. Tutt’altro che soddisfatto di quell’ ambiente e contrastando le idee del fratello prete, scelse di essere attore ed autore, con l’intenzione di dar dignità a un mestire considerato giullaresco e probabilmente offrendo alla sua città il merito di aver espresso il primo vero esponente del Teatro dell’Arte.

Non ebbe vita comoda e dovette inghiottirne di rospi. Anzi, se dall’al di là sentisse ancorché delle cose mortali, dovrebbe tormentarsi ancora per la stroncatura crociana della sua miglio opera, , tacciata come una delle più orrorose composte in quegli anni,,seppur nel consenso alla bontà del letterato, pieno di erudizione ed abile verseggiatore.
Rivalutazioni recenti, invece, tendono a giustificare il suo spreco di eccessi e di effetti speciali in scena come un avviso al pubblico, un campanello d’allarme sulle vicende della storia vera, precipitata, in quel tempo, nei miasmi delle guerre di religione e nell’intolleranza.

Anche sulle Bellezze di Verona si mise a scrivere per commuovere i soliti noti del potere civico e convincere d’essere letterato che attore. Anzi, perciò, scelse di recitare come innamorato,una parte che consentiva di evitare atteggiamenti scomposti maa invece , di esprimersi in composta eleganza scenica e linguistica.

Certo che l’establishment ecclesiastico e laico del tempo non riusciva a digerire tali accorgimenti. Del resto messi ancor più in forse dalla vita amorosa del Nostro, nella vita sposo d’attrici, amante d’altre, per giunta coinvolte in fatti atroci di sangue, e, dunque, nonostante i riconoscimenti poetici, l’appoggio di principi regnanti, le belle orazioni, guitto e solo guitto per sempre.

Il Monte Baldo di Ezio Etrari

 

Nella notte dei tempi, quando il Monte Baldo si era appena ridestato dal sonno cui l’aveva costretto il gelo che, per milioni di anni, aveva martoriato i suoi fianchi, tutti i fiori riparatisi su quel massiccio di rifugio emergente dai ghiacciai che da ogni parte lo contornavano, avevano una singolare caratteristica: erano privi di colori. Il paesaggio risultava perciò triste e monotono, senza alcun contrasto con le grigie rocce anch’esse da poco emerse dal mare della Tetide entro il quale si erano formate. Gli stessi abitanti, in armonia con l’ambiente circostante, erano malinconici, amorfi, piatti, sempre tristi. Da questo grigiore non era fuggito nemmeno Nago, un bellissimo pastorello noto per l’abilità con cui suonava lo zufolo tratto da un ramo di un corniolo. Nago passava intere giornate ad attendere alle pecore dilettandosi con il suono armonioso del suo strumento.
Di lui se n’era innamorata una dolce e bella fanciulla di nome Novezzina. L’azzurro dei suoi occhi era l’unica nota gaia in mezzo a tanto grigiore. Ma Nago, sempre intento al suo zufolo ed alle sue pecore, sembrava non accorgersi della presenza di Novezzina quando questa, per ore e ore timidamente in disparte, lo osservava in silenzio ascoltando estasiata il dolce suono.
E ogni giorno si disperava sempre di più: non c’era verso che Nago la degnasse di uno sguardo. Decise allora di recarsi a chiedere consiglio dal mago Longino che abitava su quell’alta cima che ancor oggi porta il suo nome. Questi l’ascolto e poi sentenziò: l’unico mezzo per farsi notare dal pastore consiste nel presentarsi a lui con una splendida veste colorata. Ma i colori non c’erano. Allora il mago commissionò a tre sue colleghe (Navene, Naole, Novezza) il tessuto occorrente, raccomandando la magnificenza e l’abbondanza dei colori. Queste si misero al lavoro. Frantumarono un pezzetto di arcobaleno e con esso riuscirono a tessere un tessuto così bello e colorato che non se n’era mai visto di simile. La veste che riuscì non poteva lasciare indifferente alcun mortale. Ma Nago, nemmeno davanti a cotanto splendore si scosse dalla sua indifferenza. Novezzina disperata, si arrampicò su una rupe e, da questa, si lasciò cadere nel vuoto. Fortuna volle che un grigio, ma provvidenziale cespuglio di rododendri attutisse la caduta. Da una ferita uscì del sangue che macchiò i pallidi fiori. Questi acquisirono subito un bel colore purpureo che non tardò a propagarsi a tutti gli altri rododendri. La ragazza, riavutasi, aprì gli occhi e rimase estasiata: non solo intorno a lei, ma anche lontano, fin dove arrivava lo sguardo, si poteva scorgere il rosso dei rododendri. “Come sarebbe bello se si potessero colorare anche tutti gli altri fiori!” pensò.
Perché non provare? Prese un lembo azzurro del suo bel vestito strappatosi nella caduta, e adornò una genziana; con il verde tinse tutti gli arbusti, le foglie e le erbe, con il giallo rivestì i ranuncoli, con il rosso le peonie, con il viola le aquilegie, con l’arancione i gigli, con l’indaco i raponzoli; ingentilì il bianco dei narcisi punteggiando la sola corolla di un tenue giallo. E proseguì instancabile. Così intenta nel suo lavoro da non accorgersi di aver ormai strappato tutto il tessuto e di essere così rimasta senza veste: un fiore tra fiori.
Giocoforza dovette smettere. Ma l’attrasse un fiorellino che era rimasto senza colore: la miosotide. “Non ti scordar di me” sembrava dicesse. Lei, afflitta per non poterlo accontentare, lo guardò con tenerezza ed amore. Bastò questo: il fiorellino aveva già assunto il colore degli occhi della bella fanciulla. Era l’ora del tramonto.  Il sole, prima di andarsene, dipingeva tutto: un po’ di verde al boschetto, un po’ di celeste al grande specchio d’acqua che luccicava ai piedi del monte, un po’ di giallo ai cespugli. Ciuffi di nuvolette naviganti completavano l’incantevole scenario reso, ora, ancor più suggestivo  dalle tinte assunte dai fiori. Il cielo si fece rosso, passò al verde, poi divenne viola. Una dolce e delicata sensazione invase la fanciulla. Si avviò, coprendosi a malapena con un fascio di fiori. Al solito prato intravide Nago. Pudicamente si nascose, ma lui, questa volta, la scorse: il colore era riuscito a ravvivare anche la sua freddezza. Le si avvicinò, la prese per mano, e così, romanticamente, poeticamente, dolcemente, tra i fiori, sbocciò l’amore.

Dalla leggenda alla realtà. Il Monte Baldo, tipica montagna prealpina, nasce nell’Era Secondaria durante la quale ebbe luogo un grande ciclo sedimentario nel mare che ricopriva tutta la regione veneta: in esso si depositarono rocce dolomitiche e calcaree, intercalandosi con basalti e tufo. Nel Terziario sul Baldo si stratificarono nuovi depositi calcarei ricchi di munnoliti. Sempre nell’Era Terziaria avvenne uno sconvolgimento di così grande portata che la nostra mente a fatica riesce ad immaginare: a seguito di immani spinte laterali, il nostro monte fu sollevato e inarcato verso l’alto raggiungendo i 3000 metri di altezza. Altri mutamenti il Baldo li ebbe durante l’ultimo periodo del Terziario (per lo più fenomeni di assestamento), ma il suo caratteristico attuale aspetto fu opera delle quattro glaciazioni (Günz, Mindel, Riss, Würm – quest’ultima, durata circa 100.000 anni, terminò “solo” 10.000 anni fa-) che lo strinsero in una morsa, modellando i suoi fianchi. Si deve proprio a queste enormi lingue di ghiaccio, l’endemismo che in parte caratterizza il suo ambiente (solo in botanica, sono una ventina le specie che portano la specificazione di “baldense” (anemone baldense, galium baldense, ecc.).
Il fenomeno glaciale, valutabile in 600.000 anni ha, infatti, lasciato tracce evidentissime del suo passaggio, improntandone l’evoluzione della flora e della fauna. Il ghiacciaio benacense si elevava fino a 1400 m. a est della sella di Loppio, a 800 m. a Malcesine, abbassandosi quindi a 400 m. a San Vigilio, e a 300 m. a Sirmione. Lo stesso fenomeno avvenne sul versante opposto, lungo l’attuale Val d’Adige-Val Lagarina. E’ ovvio che da tale fredda coltre emergesse sola la parte superiore della catena baldense, rendendola così un “massiccio di rifugio”. Tale “isola” (e molte altre simili) sono perciò servite proprio da rifugio alle molte specie che sono così potute sopravvivere durante le fasi climatiche fredde, per poi espandersi nuovamente al ritiro del ghiacciaio. Chi, partendo dalle temperate rive del Garda, risalisse le pendici del Baldo per arrivare alle sue vette, compirebbe un viaggio che in breve spazio di tempo lo porterebbe dalle rive del Mediterraneo fino alla Tundra artica: tale è infatti la successione vegetazionale che, da quella tipica della macchia mediterranea, arriva a quella che caratterizza, appunto, la Tundra. Analogie simili si trovano anche nella fauna. Basti pensare che recenti ricerche hanno catalogato sul Baldo 960 specie di farfalle che rappresentano circa il 50% della fauna lepidottera italiana. Ovvio che tutti questi endemismi portassero al Baldo l’appellativo di “Hortus Europae”, ed è altrettanto ovvio che tali peculiarità formassero oggetto di interesse e di studio da parte, soprattutto, di botanici che già dal ‘500 indirizzarono qui le loro ricerche: all’inizio sicuramente frenati da non poche remore. Anticamente, infatti, le montagne costituivano per l’uomo un mondo ostile, sia perché risultava difficoltoso l’accedervi, sia perché veniva considerato un territorio di nessun interesse e di nessuna utilità.
Se poi si pensa che quelle desolate altitudini si ritenevano abitate da spiriti malefici, gelosi e vendicativi, che punivano i pochi audaci che osavano avventurarvisi, si capirà meglio come la corsa alle montagne sia iniziata solo alla fine del ‘700 con la conquista del Monte Bianco (8 agosto 1786).
Nonostante si abbiano esempi di ascensioni effettuate nell’antichità, queste costituiscono delle vere e proprie eccezioni, isolate tra loro da vari secoli, e comunque del tutto estranee allo spirito che animò i pionieri dell’epoca a noi più prossima.
Tuttavia, i cacciatori per inseguire le loro prede, i cercatori di cristalli per ricavare qualche soldo dalle loro pazienti ricerche, ed i botanici per fornire le loro farmacie di sempre nuove panacee, spesso si avventuravano sui monti non certo con intenti sportivi.

Limitandoci al territorio veronese, si può senz’altro affermare che antesignano in questo campo fu Francesco Calzolari. “Speziale alla Campana d’Oro in Verona, erborizzatore, collezionista e autore di scritti botanici”: era nato nella città scaligera nel 1522. Quando non sedeva dietro il bancone della sua farmacia, di certo lo si sarebbe potuto trovare nel suo podere di Rivoli Veronese intento a coltivare specie, o sul sovrastante Baldo alla ricerca di piante nuove e rare da catalogare. I suoi studi lo portarono ben presto a stendere un resoconto della sua frenetica attività di ricercatore: nel 1566, infatti, dà alle stampe “In Venetia, appresso Vincenzo Valgrisio” un delizioso opuscolo “Il viaggio di Monte Baldo, della magnifica città di Verona”.
Si tratta della prima pubblicazione scientifica del Baldo, ed il primo abbozzo di “Flora” pubblicato in Europa. In calce al testo “l’honorato M. Francesco Calzolaris” si premurò di aggiungere “una modesta appendice a questo trattato ad uso degli speziali, degli studenti e dei professori di medicina e di ogni altro che di questa cognizione si diletta”.
Di questo suo viaggio, poi, l’autore non si limita ad elencare le piante trovate lungo il percorso, ma con un mirabile esempio di spaccato paesaggistico, ci descrive come queste vivono. ”Partendosi dunque per andare a  Montebaldo, fuori subito della città,  si  cavalca per  una campagna grandissima, ne la  quale nasce copia di …” E qui sciorina tutta una serie di specie, fintantoché “si giunge ad una villa distante otto miglia posta nella destra ripa de l’Adige a canto la campagna, … chiamata Bussolengo da una collina che in ripa al fiume è tutta di schietti boschi di bosso ricoperta…”
E così di nome in nome, di specie in specie si arriva al monte Baldo che “per la sua meravigliosa grandezza, e per il sito per tutta la Italia assai famoso, è posto nelle fauci delle Alpi che partono da Rethia dall’Italia, in confine del territorio Veronese e Tridentino. Questo sì come il suo Giogo sino al cielo salendo, di altezza supera tutti i vicini monti, così di bellezza di sito non è a qual si voglia inferiore. Ha le sue radici da l’una parte verso l’Oriente ne la ripa dell’Adige, l’Occidente nelle  amenissime riviere del Benaco, dal Mezzo Giorno ha la campagna, dal Settentrione gl’altri monti contigui”. Calzolari fu anche un precursore della moderna ecologia perché nel suo “Viaggio” colse lo stretto rapporto esistente tra piante, ambiente e clima, e fornì la definizione di microclima.
“Che diremo “ –si chiede – “della diversità dell’aria?… veramente ch’egli è una maraviglia che chi per questi luoghi camina da una picciola distantia all’altra vi sente tanta differentia, che gli pare non solamente mutar regione ma etiando clima… e da questa diversità di siti senza dubio nasce, che in questo luogo si trovano tante varietà di piante”. E poi da appassionato botanico diventa estasiato alpinista: “Con flessuosi giri scorrendo l’Adige, quasi un picciolo rio giunge ne la città, il sito della quale, e la forma, e le parti, benissimo si possono d’una in una   discernere, e appresso se avviene che il témpo sia sereno, e lucido e chiaro l’aria, si scorge tutto il piano del Veronese, tutti i castelli, e città circonvicine, non altrimenti che se fossero in un vaghissimo quadro di Fiandra dipin…te” Attratti da una simile descrizione era logico che il Baldo divenisse meta di studiosi e di erboristi, primo fra tutti Giovanni Pona (1565 – 1630). Concittadino di Calzolari, farmacista, botanico, studiò pure lui le piante del Baldo, pubblicò nel 1617 una pregevole opera, divulgata in varie edizioni, illustrata da splendide immagini in bianco e nero, “in cui si figurano e descrivono molte rare piante de gli Antichi, da Moderni fin’hora non conosciute”.

Già da allora, e per parecchio tempo poi, si riteneva che la cima più alta fosse il Monte Maggiore (toponimo che alle volte tuttora appare su alcune carte). Ma la sua altitudine (m. 2199) è superata dalla Valdritta che con i suoi 2218 m. è quindi, anche se di poco, è la cima più alto del Baldo.
Cima Telegrafo è nome che si comincia a trovare ai tempi delle guerre napoleoniche. Si narra infatti che il Bonaparte facesse fare, da questa cima, segnali con fiamme e fumo alle sue truppe che guerreggiavano nella Pianura Padana. E da tale circostanza la vetta assunse il nome di Telegrafo. Nome che va sempre più sostituendosi a quello antico, specialmente da quando ci si è accorti della sua fasulla supremazia.

E fin da allora il Baldo…si chiamava Baldo. L’etimologia avvalora l’ipotesi che il nome, già di per sé significativo di ardito, fiero (aggettivi che ben si addicono a questa ruga lunga 38 km., che improvvisamente sorge, tra la Val d’Adige, ed il Lago di Garda, deriverebbe dal tedesco Wald (bosco). Molto dubbio appare la derivazione erula di Bald (foresta) essendo di origine assai remota.

L’inconfondibile sua sagoma si nota immediatamente già dal mantovano, ma è da Verona che il monte si staglia a nord-ovest in tutta la sua lunghezza, caratterizzandone il paesaggio. E’ visibile da ogni luogo: un monte amico, caro ai veronesi che ne conoscono gli umori, e dal quale ricevono quella particolare arietta che li rende vivaci, gioviali, “tuti mati” insomma! Aria che ha anche ispirato pittori e poeti: come non ricordare qui “el Monte Baldo” del grande Berto Barbarani?

Co i piè nel lago e co la testa sconta
Fra le nebie che fuma a fiochi, a fiochi,
co una tempesta quasi sempre pronta
par fulminar le barche de i pitochi;

cargo de gobe, che finisse in ponta,
col fogo drento, che lo magna a tochi…
Quando la rabia nel çervel ghe monta,
tuta brontolamenti e tuta s-ciochi;

e i boschi alti salta su de furia
soto i colpi de vento che li scuria,
e no ghè baito che se tegna saldo

e no gh’è fosso che no para un progno,
una note sveiandome da un sogno,
da la Ferara ò visto Monte Baldo!

Quando che el lago fa la so cantada,
el Montebaldo par dormire se chieta,
e no gh’è sengia o àlbara o stradeta
che no se senta l’anima striada.

E alora svelte ciapa su la strada
proprio incontro a Verona che le speta,
le ariete fine che me fa poeta,
lucide e fresche come la rosada;

parchè i artisti de le cose bele,
quei che ghe roba el verde a la campagna,
quei che ghe strussia i basi a le putele,

sapia el segreto de ste cose bone
e traverso el çervel de la montagna
veda quadri de versi e de madone!

Impossibile ricordare tutti i botanici che salirono pazienti il monte e ne descrissero la flora. Qualche nome, però: Giovanni Francesco Seguier (sec. XVIII), Ciro Pollini (sec. XIX) e Agostino Goiran (1834 – 1909). Già, Agostino Goiran: nato a Nizza, giunge a Verona nel 1869 per insegnare fisica e matematica al Regio liceo “Scipione Maffei” e scienze naturali al Regio Collegio “Agli Angeli”. Subito s’innamora del territorio veronese tanto da percorrerlo, infaticabile, in lungo e in largo. Le sue attenzioni sono rivolte alla botanica (parecchie le pubblicazioni), ma non trascura la fisica e la meteorologia. Nella “Storia sismica della provincia di Verona e catalogo dei terremoti” compendia i suoi studi. Nel 1875, percependo la validità di quanto dodici anni prima Quintino Sella aveva proposto a Torino, costituisce, la sezione veronese del Club Alpino Italiano. Il nuovo sodalizio organizzò subito alcune alpinate alle quali aderirono parecchi soci. Le escursioni si svolgevano quasi sempre sui monti veronesi e specialmente, manco a dirlo, su quel Baldo che i cittadini potevano scorgere dalla propria abitazione. Ecco allora presentarsi la necessità di istruire ed istituire le guide che avrebbero consentito una sicurezza per chi si avventura in quei luoghi scarsamente conosciuti. Eppoi era assolutamente necessario pensare ad un ricovero in quota. Fu così che nel 1897, e tra molte difficoltà, fu edificato il primo rifugio della sezione CAI di Verona. Sorse poco sotto la cima del Telegrafo e fu dedicato ai due pionieri che prima di tutti fecero conoscere le peculiariatà del Baldo: Calzolari e Pona. La sempre maggior frequenza evidenziò subito che quel povero ricovero non era sufficiente, per cui si dovette por mano agli ampliamenti che furono realizzati già nel primo decennio del ‘900. Ma molti altri ne seguirono finchè gli ultimi effettuati negli anni 1980 e !990 portarono quel primo, e primitivo, ricovero all’attuale efficiente rifugio. Nel 1963 un gruppo di amici del dott. Giovanni Chierego decisero di costruire un rifugio in memoria dell’amico scomparso. Il nuovo manufatto venne eretto a 1911 m. sulla cresta della Costabella e fu intestato alla Sezione di Verona del C.A.I.. Dopo il degrado subìto dalle intemperie, solo nel 2005 “Chierego” è ritornato in piena efficienza, grazie ad una radicale ristrutturazione costata non pochi sacrifici economici, dissanguando le già anemiche casse del C.A.I.

Molti, molti anni sono trascorsi da quando Novezzina e Nago furono sul Baldo i protagonisti della storia d’amore con la quale abbiamo voluto iniziare queste note, ma il fascino che questo magico monte esercita è rimasto immutato, anzi, la sua fama continua ad attirare folle di appassionati desiderosi di conoscerne le sue peculiarità. Speriamo che tutti lo vogliano amare come Novezzina amava Nago, e che amandolo lo possano anche rispettare. Il Paterno Monte con la sua flora, meravigliosa protagonista, è lì a testimoniare ancor oggi la veridicità di quella leggenda. E se potesse parlare ci direbbe di quell’incantevole serata, di quell’ora di serenità, di poesia e di amore, vissuta da Novezzina e Nago.
Se nella solenne calma di una serata d’estate vi capitasse di indugiare sul Baldo, e tra quei fiori ammirare laggiù in basso il luccicante lago, potreste ancora, forse, anche voi sentire il suono dello zufolo di Nago.  “Te lucis ante” Sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente;… ” E se non l’estasi di Dante, quando nel Purgatorio, assieme a Sordello, udì quell’inno che si canta nell’ultima parte della compieta, almeno un po’ di commozione nel sentire quella dolcissima nenia certamente vi prenderà. Vi sembrerà quasi una preghiera: una preghiera di ringraziamento al vero Creatore di tante meraviglie. Probabilmente sentirete poi anche il fruscio di una veste passare come carezza sul vostro volto: è lo spirito vivente della dolce Novezzina regina di quel monte e dei suoi colori. E una serenità infinita entrerà nei vostri cuori.
Ezio Etrari

Verona Nord

Verona nord.

Un tempo, un gruppo di quegli antichi padri  che abitavano nei castellieri,  sui nostri monti, ebbero un’idea. Di sfruttare la fortuna di un loro particolare sito: un villaggio su un ultimo colle affacciato su una piana percorsa da un fiume ricco d’acque.

Avete già capito che si trattava del vecchio colle S. Pietro e  del verde Adige ai suoi piedi. Si riciclarono quei geniali preistorici. Lasciarono perdere le pecore e si misero in commercio.  Dapprima controllando i traffici fluviali, poi partecipandovi attivamente.  E fecero pure una bella, utile passerella che allacciasse le due rive. Prosperarono. Coltivarono le fortune della città, nell’ansa, e i loro Dèi, sul colle sacro. Ecco  le origini e la prima evoluzione di Verona che i Romani svilupparono in un centro moderno, secondo i criteri urbanistici dell’ellenismo maturo.

Quindi non mancarono ponti di pietra, palazzi di marmo, teatri, arene, templi, piazze, monumenti.

   

 

Se Verona crebbe, il nord della città ebbe il suo momento magico nell’età imperiale. Col tempio di Giove innalzato al culmine del colle, e passeggiate, teatro, odeon degradanti fino al fiume. Il tutto incorniciato dai ponti Pietra e Postumio. E, quasi a ridosso d’essi, da due porte splendide:   verso il Brennero (insistente press’a poco su S. Stefano) e verso Aquileia (più o meno sulla chiesa-pizzeria del Redentore).

Neanche dire l’ovvietà: che fra i due ponti i nostri antichi padri organizzavano dei suggestivi spettacoli gladiatori sull’acqua, facendo scontrare vascelli e uomini armati. Con grande divertimento, evidentemente, degli spettatori: i maggiorenti dalla facciata del teatro e il popolo dalla piana del porto, ora slargo dietro santa Anastasia.

Ad ovest, s’allungava la Valdonega, cioè la vallis Dominica. Certo non del Dominus, il Vescovo prossimo venturo, bensì della Domina, Iside, dea del femminino, signora delle acque, qui lussureggianti da molte sorgenti (esiste ancora via Fontanelle), del tramonto, della notte e della luce notturna della Luna.  Resti del suo tempio sono le colonne che stanno ben piantate nella cripta di Santo Stefano, gloriosa chiesa antichissima, intorno all’altare.

E resti delle ville, che costellavano questa zona panoramica, poi, si trovano nel sito archeologico di via Marsala, dove, peraltro, sembra che ci sia stata l’antenata della classica fabbrichetta padana, villa con azienda annessa, nel particolar caso una fullonica, cioè lavanderia-tintoria.

Dall’altra parte del colle sacro era pimpante, invece,  naturalmente ad est,  il tempio del Sole, che, a ben guardare, emerge ancora nelle rotondità dell’abside maggiore di S. Giovanni in Valle.

E, lì vicino, la cosiddetta Fontana del Ferro, alloggiava il luogo di culto della dea Ferronia, una divinità salutare, protettrice della fertilità. Non restò niente? Neanche per sogno! Tant’è vero che, in età cristiana e fin quasi ai nostri nonni, questi caratteri e i riti solstiziali, nel rione, fedele alla tradizione al di là del trapasso delle religioni, li ereditarono, adeguandosi agli usi, il Battista, il santo più solare che ci sia, addirittura da assolate solitudini desertiche, e le feste popolari connesse.   Un esempio, qui, d’altre persistenze? Le benefiche sorsate d’acqua della Fontana del ferro, utile per sposette in vena di restar incinte alla fonte,  e per i mariti un po’ tardi di ingravidar! Od ancora la  raccolta della rugiada, nella notte di S. Giovanni, da utilizzare poi sempre, all’occorrenza, perché la sguassa de san Zuan la libera da ogni malan!

Ai primordi del Cristianesimo,  Giove, sul sommo colle, cedette, ovviamente, il posto a S. Pietro e, alla sua base,  le segrete del teatro ospitarono la prima cerimonia d’una messa che fu officiata da S. Siro in transito per terre insubriche.

Ma capitò anche che, in età longobarda, inagibile il Duomo per terremoti devastanti, dalle due parti opposte del colle si contrapponessero i cristiani di vario credo. A  S. Stefano, stazionò, infatti, la cattedrale cattolica, latina, e, a S. Giovanni in V., quella barbarica,  ariana.

Più tardi, Nazareth offrì ai vescovi veronesi luoghi ameni per i soggiorni estivi. E a S. Giorgio, in prato dominico, nacque un bel monastero benedettino su terre concesse dal nobile prete Cadalao, intimo dell’imperatore e suo consigliere, perciò, in carriera, e anche fatalmente, antipapa, nelle lotte guelfoghebelline.

A fargli da pendant, ad est, fra l’intrico dei canali secondari d’Adige dell’Isolo, sorse l’altro potente monastero di Santa Maria in Organo/Mai più, inoltre, che le spalle collinari del luogo potessero restar sguarnite.

Già i Romani avevano provveduto ad una prima cinta di mura. Che fu riveduta e corretta, nel tempo, da Teodorico e, poi, per non dir d’altri, da Comune, Scaligeri, Veneziani, Francesi ed Austriaci. Con Castelli, torri, e bastioni di supporto ad iosa.

Boccare, Terraglio, Bacola, S. Felice sono ancora in loco con le loro meraviglie nell’arte fortificatoria, che, come si sa, però, è sempre un momentino indietro di quella assalitoria. Con appendici di bella architettura fino all’Arsenale, che s’insediò nella Campagnola dei ricchi orti e delle robuste ortolane, spesso, perciò, arruolate per la Corsa del Palio. Orti stavano anche in naltura, dove, ad esempio, erano celebrati i piccoli e gustosi  brocoleti de s.Matìa (che, siccome terminava con una femminillissima “a”, diventò santa).

Più in basso, lungo il verde Adige, sulla riva sinistra, dato che il centro storico era già zeppo di bellezze romaniche e gotiche, si sbizzarrirono i Veneziani, costruendo, come su un più vorticoso Canal Grande di Terraferma,  le nuove facciate rinascimentali: di S. Giorgio (del Rizzo, già operante in Pal. Ducale a Venezia) e di S. Maria in Organo (del Sammicheli).  Dove splendono anche   capolavori assoluti, come gli affreschi e le tarsie della sacrestia di S. Maria e la cupola sammicheliana sopra un vera pinacoteca del nostro ‘500 in S. Giorgio.

Che dire di più?  Forse che lungo la riva di sant’Alessio c’è la chiesa che fu luogo di nascita del copatrono veronese S. Pietro Martire, poi degradata in bordello (ma le signorine, rispettose, mai professarono la loro arte nella stanza dove il santo ebbe i natali!) e infine rinobilitata in chiesa. Dietro c’è l’intatto, suggestivo, quartiere veneto di S. Stefano, popolare e operoso da sempre. Cui si aggiunsero, dove prima brillavano solo el Mulin de le asse e le Lasagne, il quartiere liberty di Borgo Trento (con annessa stazione del trenin Lago-Cavrìn), e la Valdonega, urbanizzata, per una penultima espansione cittadina.

da un idea’ di Bruno Etrari testo di Michele Gragnato, disegni di G. Ainardi e plastico di P. Borsato.

CASON

Sono venuto in possesso di un foto del famosissimo Cason, e qui niente di nuovo, quello invece che trovo scritto, permeato da un malinconico lirismo, nella sottostante foto, a me sempra che valga  la pena essere trascritto. Datato Aprile 1963- Manca la firma dell’autore

La sua costruzine risale al sec. XVI. Infatti è riprodotto su una carta del percorso dell’Adige datata 1661. – Fu prima filanda, poi casa rurrale.- Raccolse fra le sue mura famiglie di ortolani che coltivarono per tanti, tanti anni le terre intorno. Gli ortaggi di Campagnola erano rinomati e perfino cantati. Le terre coltivate si sono ridotte a un piccolo appezzamento. Il resto è stato tutto preso. da palazzi e strade.- Però il "Cason" resiste ancora,  si erge pittoresco e maestoso in mezzo al verde a sfidare i palazzotti che lo circondano.- La sua rustica mole isoirò poeti e pittori. Ma quanto resisterà ancora? – Oh, i bei ricordi! – Quanti giochi nel grade cortile!-Quante corribande fra le "scaessagne" degli orti! – E i convegni, al "portel", al "lavel" e sotto i "porteghi"! – Troppo lungo narrare, tutto vive nel ricordo. E la festa del patrono S. Vincenzo? Una giornata che si festeggiava solamente all’inizio della primavera e che riuniva parenti e amici intorno alla cappella che si allestiva con addbbi e fiori. Mentre le rondini svolazzavan fra i nidi costruiti sotto il "portego" dadicato al Santo. Suona ancora all’orecchio il caratteristico richiamo della campanella che squillava in quel giorno.- Molti passarono.- Passò la guerra e altri anni ancora…e noi, che oggi siamo, così cantiamo:" E mi son nato in Camagnola e in Campagnola voi morir". 

Riassunto della relaz. biografica dei fratelli Corrà

Riassunto della relazione biografica per la causa di beatificazione dei fratelli Flavio e Gedeone Corrà

Mio cugino Augusto Tebaldi, (1920-2001) ha scritto la citata relazione per il processo, in atto, di beatificazione dei due fratelli. –

Augusto, conobbe Flavio nel 1939 e dopo aver superato la maturità si iscrissero alla facoltà di matematica e fisica presso l’università di Padova, ma, subito dopo, frequentarono la scuola allievi ufficiali. Nel 1943, 8 settembre, avvenne l’occupazione della penisola da parte dell’esercito germanico.

Dopo la costituzione della Repubblica Sociale fascista Flavio e Augusto passarono nelle file della Resistenza. Vennero successivamente catturati in date diverse, e si ritrovarono nel campo di concentramento di Bolzano dove trovarono l’altro fratello di Flavio, Gedeone. Furono poi, tutti e tre, deportati “in quella vera e propria bolgia infernale che fu il campo di eliminazione di Flossemburg”. Prosegue poi il Tebaldi: “Ma ciò che eleva la mia stima e vera e propria devozione e venerazione è il ricordo della condotta che i fratelli Corrà hanno tenuto in prigionia”.

Le più spaventose esperienze non intaccavano minimamente il morale dei due fratelli. “Posso testimoniare afferma il Tebaldi- che essi salirono il loro calvario senza voltarsi indietro, animati da una Fede viva e pietà profonda, nella quale si erano nutriti nelle file dell’Azione Cattolica”. Racconta poi il Tebaldi, dei famigerati kapò, delinquenti comuni, che garantivano, con i manganelli, lo svolgimento della vita quotidiana.

I loro discorsi si concludevano immancabilmente con: “Siete sterco… passerete tutti per il camino”. Proseguivano, poi, con aberranti bestemmie. I due fratelli allora alzavano il capo e guardavano, quasi per sfida, i kapò e “muovevano leggermente le labbra e rispondevano con giaculatorie …sentii Flavio prosegue il Tebaldi- far eco alle bestemmie con un sommesso “Dio se benedetto…benedetto il suo santo nome…

…Non conobbero l’odio, ma solo l’amore e la solidarietà verso i compagni e il perdono cristiano verso i carnefici…. Conobbero lo spasimo, il lungo patimento che crea una continua vigilia di morte, che porta quasi ad un progressivo, lento staccarsi dell’anima dal corpo.

Il rosario sommessamente recitato era la loro forza. Un giorno mentre stavano spingendo un carro carico di cadaveri verso il forno crematorio, Flavio riuscì a sfilare dagli zoccoli di una vittima, dei lacci. Se ne servì poi, facendo dei nodi, a trasformarlo in una rudimentale corona…con l’anima illuminata dalla Fede vedevo una creatura angelica che parlava direttamente con Dio…

…Flavio e Gedeone –scrive il Tebaldi- sentivano la presenza di Dio così viva in loro, che parevano trasfigurarsi…in certo senso vivevano sopra l’umano, serenamente disposti a morire.

I deportati erano ormai ridotti a pelle e ossa…La fame, fino a un certo punto, era un tormento dello stomaco, dopo diventava un’ossessione della mente. Di notte molti nel sonno masticavano, quasi tutti sognavano di mangiare.…

Erano diventati animali affamati, tanto che rubavano il misero pasto ad altri compagni, e questo provocava risse furibonde. …Flavio e Gedeone erano vicini a me e, come me, angosciati testimoni. Si guardarono un momento, poi Flavo fece alcuni passi avanti, offrì la sua fetta di pane al compagno derubato…Gedeone, poi, divise in due pezzi la sua razione e la diede a Flavio.

I due fratelli spesso tentavano di convincere alcuni loro disperati compagni che la vita terrena è un mezzo, non il fine, ed insegnare loro perché si vive, perché si muore. Questa superiore serenità derivava dalla fermissima Fede religiosa, dal loro riposare nelle imitazioni del Cristo, dal loro attendere il premio della vita terrena…

Prosegue il Tebaldi che quando già si intravedeva il sole della pace…in quella terra durissima, impastata di lacrime, cenere e sangue…i nomi di Flavio e Gedeone tornarono tra i primi nella mia mente annebbiata nel mio animo sconvolto, perché avrebbero ben meritato di vivere quel giorno. Ma le loro anime erano già salite nel grigio celo di Flossemburg come fiammelle per unirsi al fuoco di Dio, donde erano discese…

Mio cugino Augusto, termina la sua relazione con una preghiera: “Flavio e Gedeone, voi che siete vicini a Dio, vi prego, intercedete affinché gli uomini imparino che è importante non vivere, ma convivere e amarsi, pregate Dio affinché i popoli risolvano eventuali problemi combattendo con le armi della pace e della solidarietà universale. Amen-
Il Tebaidi termina con una dichiarazione: Il sottoscritto dichiara, sul proprio onore, rispondente al vero quanto da lui esposto ed è pronto a confermarne il contenuto in qualsiasi sede.

Bruno

Nadal 2010

NADAL

Vao sercando ne la note el sentier
tra sgrembani e tra sogni rovinadi dal tempo e,
co n’anima mesa fruà,
marcio tra gente che core…ma dove?
Also i oci al cel e guardo fra le stéle
e serco de trovar la più slusente:
la vedo finalmente,
l’è la più ciara;
ciapo la strada, tra pori pastori;
e via, camino in silensio con lori.

Nissun che parla, nissun me dà bado…
Ma gh’è un faro che s-ciara la me via
e che trapassa la note de i tempi
e po se spande e cuerze tuto el Creato
sora la vosse de mile profeti…

Na vecia stala, na Madona e un Bepi:

Eco, el presepio l’è za belo fato,
se ferma la stéla: Cristo l’è nato!
Aleluia

A tutti gli amici di Borgo Trento porgo gli auguri di un sereno Natale e prospero Anno Nuovo!

Bruno

IL MIO BORGO TRENTO

Venendo meno a non credibili promesse (fatte a me stesso) di lasciar perdere la grafomania che ogni tanto mi assale, sollecitato, stuzzicato e desideroso di descrivere il mio Borgo Trento di tanti anni fa, rimando ad altra occasione il pensionamento grafologico e ricomincio a scrivere.

Ma non più giovane come sono (eufemismo) mi viene di pensare quanta ragione aveva quella burbera professoressa che, con costante monotonia, giudicava stentati ed insufficienti i miei compiti d’italiano. Anzi pretendeva raddrizzare le mie povere (ma simpatiche e genuine) strutture dialettali, retaggio della fuga da una Verona martoriata dai bombardamenti. Una fuga che mi aveva portato a contatto di umanissime persone, i cui vocaboli però non corrispondevano esattamente a quanto pretendeva la dotta mia insegnante. Tutto per arrivare a dire che azzardarsi ora a tirar fuori qualche ricordo e stenderlo, grammaticalmente corretto, su di un foglio, a 70 anni di distanza, mi sembra oltre che imprudente, anche impudente e temerario.

Ma tant’è. Fiducioso che mi si vorrà perdonare l’imperdonabile debolezza, chiudo gli occhi ed incomincio a sognare:

Sogno il mio quartiere sul filo di una struggente nostalgia: un lungo salto a ritroso nel tempo. I primi volti che mi appaiono (e non potrebbe essere diversamente) sono quelli dei miei genitori. Il luogo è Via Arsenale (ora Via Ciro Menotti) i cui frondosi ed ombrosi castagnari davano sollievo alle calure estive. Al numero tre abitavano gli Etrari: quèi de le scarpe. Per un quarto di secolo quella casa un po’ anonima, ora ancor più démodé, circondata da uno spelacchiato giardino, cintata da una bella cancellata in ferro (poi sacrificata alle esigenze dalla patria in armi), è stata l’accogliente nido nel quale trovava rifugio, materiale e spirituale, la spensierata fanciullezza dei du gemei: Ezio e Bruno.

Fanciullezza penalizzata dalla guerra, anche se materialmente l’abbiamo vissuta solo in parte (i nostri genitori ci avevano sfoladi alle Scandole, una contrada a 6 Km. da Boscochiesanuova), ma psicologicamente ci aveva turbato non poco. I bombardamenti, che anche da lassù si udivano, ci preoccupavano molto, dal momento che i nostri cari erano rimasti in città.

Terminata la buriana ritornammo nel nostro Borgo Trento. La città era un cumulo di macerie, ma per fortuna il borgo non aveva subito gravi danni. Assai duro fu l’impatto con la realtà, e tante furono le sorprese: alcune liete, altre tristi. Ad esempio, vedemmo per la prima volta i soldati di colore che, con i guanti (non avevamo mai visto lavorare con i guanti) stavano costruendo il ponte della Vittoria: con tralicci in ferro ci riuscirono in breve tempo. Subito dopo fu gettata anche una passerella di legno sui resti del ponte Garibaldi: e così il centro città era raggiungibile. Già gli americani ci erano simpatici: alcune loro attività furono sistemate nei giardini presso il ponte Garibaldi, dove spesso ci si recava per prendere al volo il ciungam che i soldati ci gettavano. Era sì tornata la pace, ma il dopoguerra continuava a riservare ai cittadini non pochi problemi che solo più tardi sarebbero stati in parte risolti. Sul fianco sinistro della nostra parrocchia, San Giorgio in Braida, era stato organizzato un “cerca persone”. Su grandi tabelloni erano segnati migliaia di nomi: si chiedevano notizie delle molte persone che, complice la guerra ed i campi di concentramento, si era persa ogni traccia. Alcune (poche) ricomparvero, ma di tante altre non si seppe più nulla. E la nostra tristezza si accumunò con quella di alcuni nostri amici che invano atteso il ritorno dei lodo padri.

Per fortuna la spensieratezza giovanile ebbe il soppravvento. I giochi, fatti di poco e con poco, c’impegnavano in avvincenti sfide, che si sarebbero prolungate all’infinito, se il richiamo dei genitori non ci avesse ricordato i quotidiani impegni. Il nostro campo-giochi era la strada: il traffico (che consisteva in qualche rara automobile ed in qualche bicicletta) non disturbava certamente la nostra ludica occupazione. La disturbava invece, eccome, l’inopportuna apparizione del cana: era allora una veloce ma ordinata fuga verso un esiguo varco (inaccessibile al diligente vigile) all’uopo ricavato nella siepe di sambuco che circondava tutta la grande proprietà degli Acquarone. Anche questa volta, l’ennesima, avevamo evitato il sequestro della palla (faticosamente costruita con carta bagnata. Pressata, e ingegnosamente avvolta in un reticolo di spago), ma soprattutto avevamo evitato l’impietosa ed incomprensibile multa. Del resto nel nostro Borgo non esistevano campi da calcio: il più vicino era situato nel sub-quartiere Pindemonte, accanto alla Cesèta, ma questo era riservato ai ragazzi della parrocchia del Sacro Cuore, e a noi interdetto per una atavica rivalità zonale. Finita la guerra, e divenuti più grandicelli, la voglia di calcio si fece più impellente per cui, alla domenica, era necessario trasferirci al Campo dei Bersaglieri: l’unico disponibile nelle vicinanze. Ma per poter giocare bisognava ciapàrse el campo: ad appannaggio quindi dei primi che riuscivano ad occuparlo. Dovevamo perciò alzarci all’alba accettando di buon grado la levataccia mattutina. Naturalmente lì spogliatoi non ce n’erano, per cui, anche d’inverno, ci si doveva cambiare all’aperto indossando braghete e majete che solo in parte proteggevano dal freddo intenso, al quale non badavamo molto. C’era però un’altra difficoltà: il campo si trovava aldilà del ponte Catena che era stato distrutto dai tedeschi in fuga.  Non era quindi possibile raggiungere via-terra l’agognata meta: dovevamo perciò servirci della barca che faceva servizio tra le due sponde. (D’estate, i più temerari attraversavano l’Adige a nuoto: io però non figuravo tra questi).

Più semplice era giocare ai quercioleti seguendo un percorso tracciato con il gesso sull’asfalto della strada. E poi, secondo le mode, si giocava al sciànco, ala peta, ale pice, ale figurine, a saltamoleta, al moscolo, ai quatro cantoni, a scondarse, a darsela ecc. ecc.

I pericoli della strada preoccupavano non poco i nostri genitori: in effetti, anche se il traffico non era nemmeno lontanamente paragonabile all’attuale, l’attraversamento di Via Mameli era problematico a causa del trenino della Verona-Caprino-Garda, e del parallelo tram per Avesa. Era quindi necessario che alle elementari A. Provolo (entrata da Via Cesiolo) ci andassimo accompagnati. Il breve percorso era alle volte interrotto per comperare i brombigoli dalla Rosi o dalla Norma, il panino dal Doro, la cannuccia con il pennino e l’inchiostro dalla Milieta. Ci si soffermava anche ad osservare, tra l’acre odore di unghie bruciate, mussi, muli, cavalli che pazientemente attendevano il loro turno per essere ferrati dall’abile Migola. Il denso fumo della fucina aveva annerito tutto in quello stanzone: maniscalco compreso. Unica nota di colore era data dalle brace che, ravvivate da un bolso mantice, arroventava i ferri. Era poi tutto uno scintillio quando Migola li batteva con un grosso martello, su di un forte incudine che, ad ogni colpo, emetteva suoni ormai scomparsi.

Ma molti altri suoni non si odono più. Come quello della massaia che al mattino, accudendo alla casa, si esibiva, falsamente sicura che nessuno l’udisse, in estemporanee canzoni: fiorellin del prato, Rosamunda, addio mia bella signora, mamma, se potessi avere mille lire al mese, parlami d’amore Mariù. Questo il non vasto repertorio, spesso intervallato da brani d’opera. Nella lirica era forte anche un signore che abitava nella casa accanto: lui però si esibiva solo quando era in bagno, perciò tutto il vicinato conosceva, oltre alle sue qualità canore, anche la sua regolarità lassativa. L’acuto finale era considerato come un urlo liberatorio che lasciava soddisfatti sia il tenore sia il vicinato: e spesso scrosciavano applausi.

Vicino a noi c’era il magazzino del masaròl dal quale il vicinato si riforniva di legna, carbone e poi, all’avvento delle giassàre (che avevano messo in quiescenza le simpatiche moscarole), anche il ghiaccio venduto a pezzi, abilmente tagliati con un punteruolo, da una lunga steca della refrigerante novità. Come poi non ricordare i richiami del paroloto, del moleta, del latar, dello spassacamin, del spassin, del postin, o come quello del torototela al quale piaceva la polentina specialmente col bacalà: torototela, torototà. Tutti suoni di cui s’è perso l’irripetibile tono, che forse armonioso non era, ma genuino e spontaneo certamente sì. Condito spesso da quell’umorismo, da quel carattere faceto ed ironico tipico dei veronesi di quel tempo, contagiati dalla frizzante aria del Baldo: quell’aria che li rendeva un po’ tuti mati.

Fascinoso, per noi, era il trenino al quale avevamo posto il soprannome di cafetiera, per il fatto che, spesso, mancando il carbone, i viaggiatori erano costretti a scendere dal treno per procurare il legname necessario a fa funzionare l’ormai quasi spenta caldaia. Su di esso ben raramente noi viaggiavamo, ma sul quale frequentemente viaggiavano i nostri sogni. Lo vedevamo sferragliante, traballante, ma dal dignitoso incedere, sopraggiungere sugli ormai logori binari, preceduto dall’acuto fischio, e seguito dal nero pennacchio abbondantemente emesso dal fumaiolo. Lo attendevamo come si attende un amico e lui, passando, ci accarezzava con sbuffate di vapore. Già, il trenino. Non se ne può parlare senza ricordare il burbero Bogoni. Era questi l’addetto alle sbare: quei due grossi e lunghi pali di legno che lui, tirandoli con una catena, doveva abbassare ad ogni passaggio del treno. E questo non era un lavoro difficoltoso: lo diventava invece quando le doveva rialzare. Il contrappeso formato da un grosso blocco di pietra poteva portare in alto l’incauto manovratore. L’operazione, al mattino, gli riusciva quasi sempre bene, ma verso sera diventava maledettamente più complicata perché il buon Bogoni, tra un treno e l’altro, trovava ospitalità e ristoro presso la vicina osteria, dove abbondantemente si dissetava (non con l’insipida acqua). Alle volte, poi, addirittura si dimenticava del passaggio a livello: dovevamo allora intervenire noi per fermare il traffico, assecondati dal macchinista che, visto il pericolo, rallentava notevolmente la velocità del treno, il quale emetteva laceranti tuuu, tuuu.

A rivaleggiare in altezza con le lunghe sbare vi erano, lì accanto, due enormi platani. Tra di essi si apriva un cancello che dava accesso alla rigogliosa vigna sotto la quale, nelle calde serate, gli avventori della trattoria alla Rotonda si gustavano una succulenta tripa, una fresca gasosa, o un buon bicchiere di vino. D’inverno era questo il ritrovo di alcuni operai che, a mezzogiorno, si permettevano un bicchiere di rosso parsimoniosamente sorseggiato durante il povero pasto portato, con la ramineta, da casa e che lì, al caldo d’una generosa stufa, tranquillamente consumavano prima di riprendere il lavoro.

Eppoi el tran: altro indelebile ricordo! Anch’esso, sebbene un tantino più freddo del treno, era un amico. Un amico compassato, serio, affidabile. Oddio, l’età non gli permetteva certamente follie, ma lui, imperterrito, indifferente ad ironici e compassionevoli sorrisi, tirava diritto per la sua strada ferrata raggiungendo, forse un po’ ansimante, il capolinea di Avesa (quello a valle era sistemato all’inizio di Via Mameli, sotto la stazione della Verona-Caprino-Garda). Alle volte doveva però interrompere il suo dignitoso incedere trovando la via occupata dal carro (e relativo musso) di una distratta lavandaia che aveva parcheggiato sul binario, onde poter consegnare la profumata biancheria a qualche cliente più ciacolòna del solito. Allora era con un rabbioso picchiettio sullo squillante campanello che il manovratore tentava di farsi liberare la strada. E quando tutto ciò risultava vano, non di rado doveva scendere dalla vettura per indurre, aiutato dal bigliettaio, il recalcitrante ronzino a parcheggiare altrove.

Altro ricordo fanciullesco sono gli enormi cavalli (erano noti come i cavai de Consolaro: cioè quelli che trasportavano i sacchi di farina prodotta dal noto mulino di Viale Piave), cavalli che trainavano robusti carri sui quali erano sistemati i grossi preoni estratti dalle cave della Val Galina situata nei pressi di Avesa: la piera galina, appunto, apprezzata fin dall’antichità. Con queste pietre calcaree (assai simili al magmatico tufo) era stata costruita gran parte di Verona. I robusti quadrupedi, dalle pessime abitudini igieniche, disseminavano la strada di altrettanti robusti petoloti sui quali si precipitavano, anticipando le mosche, solerti massaie per accaparrarseli: erano, infatti, ritenuti fertilizzanti molto efficaci per la concimazione dei fiori che, ugualmente, conservavano il loro profumo, anzi lo accentuavano…

Anche l’avvento della filovìa nel borgo è stata una novità a lungo attesa. Il capolinea (del 2) era posto all’incrocio tra Viale Nino Bixio e Via Arsenale: in quel punto la linea girava per Via Rovereto e Via delle Argonne, da dove ritornava in Viale Nino Bixio proseguendo poi verso la città.

Ecco, questo era il mio mondo, fatto di piccole cose, di aria pura, di serenità, di semplicità, di umanità, di amicizie. Forse un mondo materialmente più povero, ma certo spiritualmente più ricco. E qui mi sovviene il tanto atteso mese di maggio quando nelle tiepide e profumate sere si usciva, in allegra compagnia, per partecipare al fioreto. La nostra parrocchia, San Giorgio in Braida, era molto frequentata: famiglie intere, ragazzi e ragazze di ogni età si ritrovavano sì per rendere omaggio alla Madonna, ma anche per scambiare quattro ciacole. Specialmente per le ragazze, che ben difficilmente potevano uscire la sera, questa consuetudine veniva a fagiolo… per dimostrare la loro devozione alla Vergine Maria. E così erano contenti genitori, ragazze…e noi. La venuta della televisione avrebbe, poco dopo, cancellato anche questo. Peccato!

Spesso, divenuto più grandicello, qualche sera d’estate mi accadeva di indugiare a contemplare la splendida campagna che da Via Arsenale si estendeva fino al ponte Catena. Il sole radente dava rilievo agli alberi e colorava di fuoco le ormai mature messi. Nel viottolo (pomposamente chiamato Via Camozzini) mi fermavo ad ascoltare il ruscello che, costeggiando la stradina, si inoltrava poi tra i campi: l’acqua correva veloce ninnando una dolce canzone. Era come una preghiera: quella preghiera che chiude la serena giornata del giusto.

Dopo molti anni, la scorsa estate sono ritornato in quei luoghi, ma il mio caro vecchio Borgo Trento non l’ho trovato. Al suo posto ho invece trovato un agglomerato di casoni, anonimi, freddi, tristi. Ho visto volti tesi, cupi, preoccupati: dov’erano arguzia, bonomia, facezia, letizia, serenità che, nonostante tutto, caratterizzavano gli abitanti del mio vecchio Borgo?

Le strade erano semideserte: una serata che solo le ferie sanno ancora rendere tranquilla. Mi sono seduto su un grigio gradino di cemento, all’incirca dov’era il vecchio cason (tra le attuali vie Butturini, 24 Maggio, Ferroni): improvvisamente, chiudendo gli occhi, ho sentito il ruscello cantare quella sua dolcissima nenia. Te lucis ante! Si devotamente le uscìo di bocca e con si dolce note che fece me a me uscir di mente. E se non l’estasi di Dante (quando nel Purgatorio, assieme a Sordello, udì quell’inno che canta nella compieta) certamente una profonda commozione mi prese: è stato come riandare lungo sentieri di nostalgia trovando per l’anima spazi incontaminati e puri. Poi mi sono svegliato. Il bel sogno era svanito e, con esso, anche il mio vecchio caro Borgo Trento.

Ezio Etrari

Le Pasque Veronesi

LE PASQUE VERONESI

Dal 17 al 21 aprile del 1797, i nostri avi si ribellarono contro gli invasori francesi, guidati dal generale Bonaparte,  per le ruberie, i soprusi e le offese alle donne di ogni ceto. Ci proponiamo di ricordare, le così dette “Pasque Veronesi” (seconda domenica di Pasqua), attraverso il singolare e piacevole racconto di Valentino Alberti, tratto  dal famoso volume il Diario dell’oste a cura di Maurizio Zangarini (1997-cierre edizioni). L’Alberti, per chi non ne fosse a conoscenza, a quei tempi, era proprietario della trattoria “Tre Corone”, in Corte Molone. Aveva annotato, sul suo diario, avvenimenti personali e di tutto quello di cui veniva a conoscenza, accaduti tra il 1796 e il 1834. Spesso gli storici, sono ricorsi… all’oste, per apprendere fatti di quel periodo  Personalmente, il “diario”  è uno tra i volumi che mi sono più cari.

“Verona 17 aprile 1797- In questo giorno è nato una grande rivoluzione in questa città contra li Francesi, alle ore cinque dopo il mezo giorno. Il motivo è stato che i Francesi volea comandar in città e nei castelli, benché non erano padroni, e la Repubblica di Venezia avea dato l’ordine che dovessero levarse e andar via. Ma loro non volevano andar e volevano star qua per prepotenza, perché dovesse nascer questa rivoluzion, come per tal causa era nata in Bergamo e in Crema, e poi dopo  anche in Brescia. Queste rivoluzioni sono nate per causa delli giacobini che sono andati d’accordo coi Francesi per impadronirsi del Stato Veneto. Onde in questa rivoluzion che è nato in Verona saran restati morti circa N. 500 Francesi, perché nel principio i Veronesi non li facean presoneri niente affatto, ma li ammazzava de pianta. Ma dopo un’ora è venuto un ordine del podestà (che era S. E. Contarini) di non più ammazzarli ma farli presonieri, e che sia condotti in Palazzo Grande e in convento di S. Fermo. Allora han cominciato a sbarar dai castelli canoni e bombe, e han continuado otto giorni continui; e il giorno de S. Marco 25 aprile 1797 Verona si è resa in mano della Repubblica Francese col patto di salvazion di vita,robba e religione, perché li Francesi volevan dar il saccheggio nelle case più grande, ma hanno fatto la capitolazione ed hanno ritenuto in ostaggio le persone più grandi, della città. E il podestà di notte è scappato a Venezia trasvestito, perché se stava a Verona i Francesi lo fucilavano.I Francesi, dopo un mese che sono stati padroni, hanno fucilato 3 cavallieri che erano in ostaggio nei castelli quando han fatto la capitolazione. Uno era il conte Emili, l’altro il conte Verità di s: Eufemia e l’altro il Malenza da S. Anastasia, sulle Mura, alla Porta Nova; fucilati e morti tutti e tre. Ciò fu il giorno 16 maggio 1797. 

Bruno

Poesie dialettali

con la brillante partecipazione  una sala della parrocchiale si S. Pietro Apostolo, si è svolta mercoledì 7 aprile, una dizione di poesie dialettali tenute dal simpaticissimo Armando Lenotti. Il simpaticissimo poeta è stato assai apprezzato dal pubblico presente. Il sottoscritto, amico di Armando, ha recitato alcune sue composizioni. E’ stato invitato a pubblicarle. Ecco fatto.

CAMINETO

 

Ciao caminetto sol de casa mia,

vao star via…

T’è visto manine destese

che sercaa calor,

deventar sempre più grandi. ..

Le to brase m’à scaldà

i sogni più bei,

e i pensieri più bruti,

te i-è sisoladi proprio tuti.

El to fogo l’è sempre sta

onesto, discreto;

sii, qualche ’olta

te m’è brusà el tapeto,

ma vuto che’l sia…!

Ricordo el to parlar

suto e alegro,

fato de s-ciochi e sdinse:

vuto n’altra  stèla,

 vutos

’Desso che la casa l’è restà uda,

te me guardi

co’ la boca sbalancà, maraveià,

come par dir:

“Ma mi me lassito quas

Ò serà la porta

un par de scrochi…  

e me son sugà i oci…

 

Bruno Etrari

 

 

L’OMBRELA                                                                     

Ogni volta che piove o tira vento,

me vien un nervoso, ’na balarina,

come gavesse qualcossa qua drento

che me fa un fià balar la petorina,

e tuta, tuta colpa l’è, in verità,

      pa’ quel che m’è sucesso tanti ani fa.

Me vedo, poco più che buteleto,

in un porton a parlar co’ ’na butela,

parché quel giorno, Signor benedeto,

piovéa zò de roto e era sensa ombrela.

   Pa’ vedar fora se rivàa la fiola,

   l’era tardi e ghera zà pronto in tola,

so mare, che destin, l’à verto i veri

e vedèndome co’ la so butina,

la m’à dito: “Salo che era in pensieri,

no’l vorà mia star lì fin domatina..

Su, su, el se comoda el fassa la scala,

el staga chieto che adesso no’l cala …

Mi timido, sprovedù e sensa ombrela

a pensarghe me fasso quasi péna

ò passà la porta: ma che capela!

Insoma l’à volù che stesse a sena,

proprio par questo no l’è che me glorio.

Lì la m’à fato l’interogatorio,

davanti a la butela sempre sita,

mi poarin, rosso –rosso come un pito.

El vecio, in un canto, el pensaa che drita

me moier, e podendo el m’avarìa dito:

 Scapa, scapaaa, la te frega, sta tento…             

 E fora, sì, l’era sempre aqua e vento…

L’à volù saver el parché, el parcome

e se la casa ghe l’avea in afito,

e drento de ela, tirando le some,

l’à convegnudo ch’era un bon partitoe

       e che in fondo andaséa la péna

de invidarme, furba, ‘n’altra ‘olta a séna..

Insoma, eco, l’avea preparà la taja,

pa’ bocon la gavea messo la fiola,

bastàva che mi becasse, che canaja,

e sarìa scatà de colpo la mola.

E così, sensa saverlo, boja d’un scheo,

m’ò trovà co’ l’anel infilà nel deo…

 

CONSIGLIO

Butel, se te ve in batuda, atension,

po’ rangete, ste cose l’è va dite,

mai fermarte se piove in un porton,

ti ris-cia pitosto la polmanite,

o se anca l’è ‘na giornada gran bela,

bàdame, tote sempre sù l’ombrela…

Ma ’tento che ’sto truco no’l te ingana:

‘na mare se vol cassar sù la fiola,

la ghe riesse! Al mondo no’ gh’è rufiana

che possa menarla, par man, a scola…

Co’ l’ombrela o sensa, che sia istà o inverno,

ma no’ te salva gnanca el Padre Eterno…

 

Moreta, oci verdi,  bela che no se sà

         mi l’ò sposada quarantanove ani fa

 

                                                            BRUNO ETRARI