Il Teatro veronese nel 1500

Mia nipote Roberta Lana, vive a Roma ed è hostess dell’Alitalia, tra un volo e l’altro, con enormi sacrifici, ha conseguito, il dottorato presso la facoltà di lettere e filosofia, con una tesi su “Adriano Valerini, comico veronese” (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”). Molto poco  sappiamo come funzionasse il teatro del ’500 a Verona, ed è difficile, per il sottoscritto, estrapolare dalla citata tesi (circa 200 pag.), un panorama sufficientemente completo. E allora non ho fatto altro che copiare una parte della “premessa” della citata tesi.

Non esiste uno studio completo del teatro del ’500 a Verona. Le pubblicazioni sull’argomento scritte tra il 1897 e il 1949 si limitano a ricordare l’allestimento della commedia “Il Geloso” di Ercole Bentivoglio nel 1549 ad opera dell’Accademia Filarmonica. Anche gli studi posteriori al 1949 risultano piuttosto lacunosi. Essi dedicano al teatro solo poche righe e si limitano a superficiali descrizioni di alcuni avvenimenti teatrali.

Merita un discorso a parte l’articolo di Noemi Messora “L’enigma del teatro a Verona” apparso in “Quaderni Veneri” n. 10, 1989, che ci presenta una cronaca attenta degli avvenimenti teatrali veronesi che vanno dagli anni 1480-1548, lasciandoci però solamente immaginare la produzione teatrale dalla fine degli anni  Quaranta, periodo in cui ci è dato conferma un evolversi dell’interesse per il teatro nell’area veneta

Alla luce dei dati emersi si evidenzia che il teatro della Verona del ’500 detiene un ruolo nettamente subordinato s comparato agli aspetti politici, territoriali e sociali che  vengono sempre ampiamente indagati, anche se è palese che per avere una completa visione sul teatro, esso non può essere studiato solo come espressione letteraria ma anche come risultato di fattori politici, sociali, economici e religiosi.

Il 1500 fu per antonomasia il secolo d’oro per il teatro. Basti pensare al lavoro di perfezionamento che subirono la tragedia, considerata il più nobile e perfetto genere di poesia, e la commedia, dove prevalse del vecchio col nuovo ossia temi e tipi desunti dai classici, con ambientazioni moderne; per non parlare della nascita della favola pastorale, produzione teatrale di carattere erotico, fiabesco e allegorico che ebbe larga diffusione negli ultimi decenni el secolo.

Non possiamo inoltre trascurare l’ampia riflessione che si ebbe sul concetto di luogo teatrale come edificio che comprenda una scena per la rappresentazione e un’area per gli spettatori e alla conseguente evoluzione della scenografia.

In particolare è il secolo che vide fiorire la “Commedia dell’Arte” ossia l’affermazione del professionismo attorico e dell’industria del teatro. La conseguente nascita e la moltiplicazione di compagnie di attori che recitavano nelle più importanti città dell’Italia, contribuì affinché Verona entrasse a far parte del loro circuito
itinerante che, di di preferenza, muoveva da Mantova a Modena toccando Bologna e Ferrara per proseguire verso Venezia, fermandosi a Verona e Padova.

La città scaligera diede i natali ad uno dei più famosi attori della Commedia dell’Arte, Adriano Valerini, che fu un esemplare interprete nel ruolo di innamorato, nella storia delle grandi compagnie comiche della seconda metà del secolo.
Egli ebbe la specifica dote di una versatilità grandissima, dalla poesia, allo studio della storia, delle lettere greche e latine e all’arte teatrale quale autore di tragedie; personaggio, purtroppo, ingiustamente dimenticato
o trascurato dagli studiosi di teatro (in particolar modo dai contemporanei) che non gli hanno mai accordato la dovuta attenzione.

Nonostante il costante aumento di interesse per la Commedia dell’Arte e i suoi protagonisti, registrato negli ultimi anni e confermato dal numero sempre maggiore di edizioni sia italiane che estere dedicate all’argomento, gli studi dedicati al personaggio di Adriano Valerini non hanno registrato oscillazioni favorevoli rilevanti.

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Del lecito e dell’illecito

El canton de Verona, una rubrica dell’Arena, firmata M.G., con il titolo “Valerini, attor povero del Rinascimento(allora recitare era una cosa da giullari), fece una recensione  sulla tesi di Roberta Lana.

Poveraccio. Adriano Valerini ce l’aveva messa tutta per sfondare sia sulle scene che nella vita. Nel senso che ci teneva al giusto compenso ed anche ad esser preso in considerazione per quelle sue attività di teatrante. Solo che la società del Rinascimento non stimava più dei giullari chi calcava le scene.

Aveva avuto il suo bel da fare l’Adriano del Ponte Pietra a farsi una cultura e a dimostrarla in giro per teatri e palazzi, ma non aveva  rimediato che la gloria dei guitti, mentre lui aspirava a quella degli artisti laureati.
Anzi, in tempo di Riforma cattolica, entrò in conflitto con San Carlo Borromeo, voglioso di metter censure su un mondo che allettava gli spettatori volti a cercare soltanto lo spasso non certo la meditazione. Se la cavò con l’astuzia di sottoporre i testi ad una censura preventiva, ma dovendo accettare tempo, luogo e persone: il tempo è la quaresima, il luogo che non sia cortile o claustro sacrato, e le persone che non siano religiose, vergini monache e sacerdoti.

Se così capitava a Milano, a Verona il vescovo Giberti, pur essendo uomo di cultura, considerava il teatro trattenimento frivolo e forma di divertimento diseducante per il popolo. Guai, poi, alle donne che si esibivano in scena ed a che le frequentava.
Scrisse un filarmonico veronese, coinvolto in una rappresentazione privata, che mai più poteva partecipare dove era done e che la sua cosientia nol permetteva che facesse questo!

Chi ci dà questi suggerimenti? Una donna, naturalmente. Più curioso è che si tratti di una hostess, Roberta Lana, che tra un volo e l’altro, è andata a bazzicare per archivi, con serietà e metodo, interessata a capire chi fosse quel tal concittadino Valerini, artista della Rinascita, professionista di un’attività guardata spesso con sospetto dai detentori dei crismi del lecito e dell’illecito, ma di cui la società non poteva fare a meno. E come ci stesse stretto nel suo tempo.

Nei miasmi delle guerre

Adriano Valerini passò la sua adolescenza in una numerosa famiglia di artigiani che vivevano dalle parti di ponte Catena. E che lavoravano anche per il famoso vescovo Giberti, iniziatore a Verona della Riforma religiosa. Tutt’altro che soddisfatto di quell’ ambiente e contrastando le idee del fratello prete, scelse di essere attore ed autore, con l’intenzione di dar dignità a un mestire considerato giullaresco e probabilmente offrendo alla sua città il merito di aver espresso il primo vero esponente del Teatro dell’Arte.

Non ebbe vita comoda e dovette inghiottirne di rospi. Anzi, se dall’al di là sentisse ancorché delle cose mortali, dovrebbe tormentarsi ancora per la stroncatura crociana della sua miglio opera, , tacciata come una delle più orrorose composte in quegli anni,,seppur nel consenso alla bontà del letterato, pieno di erudizione ed abile verseggiatore.
Rivalutazioni recenti, invece, tendono a giustificare il suo spreco di eccessi e di effetti speciali in scena come un avviso al pubblico, un campanello d’allarme sulle vicende della storia vera, precipitata, in quel tempo, nei miasmi delle guerre di religione e nell’intolleranza.

Anche sulle Bellezze di Verona si mise a scrivere per commuovere i soliti noti del potere civico e convincere d’essere letterato che attore. Anzi, perciò, scelse di recitare come innamorato,una parte che consentiva di evitare atteggiamenti scomposti maa invece , di esprimersi in composta eleganza scenica e linguistica.

Certo che l’establishment ecclesiastico e laico del tempo non riusciva a digerire tali accorgimenti. Del resto messi ancor più in forse dalla vita amorosa del Nostro, nella vita sposo d’attrici, amante d’altre, per giunta coinvolte in fatti atroci di sangue, e, dunque, nonostante i riconoscimenti poetici, l’appoggio di principi regnanti, le belle orazioni, guitto e solo guitto per sempre.