Il Monte Baldo di Ezio Etrari

 

Nella notte dei tempi, quando il Monte Baldo si era appena ridestato dal sonno cui l’aveva costretto il gelo che, per milioni di anni, aveva martoriato i suoi fianchi, tutti i fiori riparatisi su quel massiccio di rifugio emergente dai ghiacciai che da ogni parte lo contornavano, avevano una singolare caratteristica: erano privi di colori. Il paesaggio risultava perciò triste e monotono, senza alcun contrasto con le grigie rocce anch’esse da poco emerse dal mare della Tetide entro il quale si erano formate. Gli stessi abitanti, in armonia con l’ambiente circostante, erano malinconici, amorfi, piatti, sempre tristi. Da questo grigiore non era fuggito nemmeno Nago, un bellissimo pastorello noto per l’abilità con cui suonava lo zufolo tratto da un ramo di un corniolo. Nago passava intere giornate ad attendere alle pecore dilettandosi con il suono armonioso del suo strumento.
Di lui se n’era innamorata una dolce e bella fanciulla di nome Novezzina. L’azzurro dei suoi occhi era l’unica nota gaia in mezzo a tanto grigiore. Ma Nago, sempre intento al suo zufolo ed alle sue pecore, sembrava non accorgersi della presenza di Novezzina quando questa, per ore e ore timidamente in disparte, lo osservava in silenzio ascoltando estasiata il dolce suono.
E ogni giorno si disperava sempre di più: non c’era verso che Nago la degnasse di uno sguardo. Decise allora di recarsi a chiedere consiglio dal mago Longino che abitava su quell’alta cima che ancor oggi porta il suo nome. Questi l’ascolto e poi sentenziò: l’unico mezzo per farsi notare dal pastore consiste nel presentarsi a lui con una splendida veste colorata. Ma i colori non c’erano. Allora il mago commissionò a tre sue colleghe (Navene, Naole, Novezza) il tessuto occorrente, raccomandando la magnificenza e l’abbondanza dei colori. Queste si misero al lavoro. Frantumarono un pezzetto di arcobaleno e con esso riuscirono a tessere un tessuto così bello e colorato che non se n’era mai visto di simile. La veste che riuscì non poteva lasciare indifferente alcun mortale. Ma Nago, nemmeno davanti a cotanto splendore si scosse dalla sua indifferenza. Novezzina disperata, si arrampicò su una rupe e, da questa, si lasciò cadere nel vuoto. Fortuna volle che un grigio, ma provvidenziale cespuglio di rododendri attutisse la caduta. Da una ferita uscì del sangue che macchiò i pallidi fiori. Questi acquisirono subito un bel colore purpureo che non tardò a propagarsi a tutti gli altri rododendri. La ragazza, riavutasi, aprì gli occhi e rimase estasiata: non solo intorno a lei, ma anche lontano, fin dove arrivava lo sguardo, si poteva scorgere il rosso dei rododendri. “Come sarebbe bello se si potessero colorare anche tutti gli altri fiori!” pensò.
Perché non provare? Prese un lembo azzurro del suo bel vestito strappatosi nella caduta, e adornò una genziana; con il verde tinse tutti gli arbusti, le foglie e le erbe, con il giallo rivestì i ranuncoli, con il rosso le peonie, con il viola le aquilegie, con l’arancione i gigli, con l’indaco i raponzoli; ingentilì il bianco dei narcisi punteggiando la sola corolla di un tenue giallo. E proseguì instancabile. Così intenta nel suo lavoro da non accorgersi di aver ormai strappato tutto il tessuto e di essere così rimasta senza veste: un fiore tra fiori.
Giocoforza dovette smettere. Ma l’attrasse un fiorellino che era rimasto senza colore: la miosotide. “Non ti scordar di me” sembrava dicesse. Lei, afflitta per non poterlo accontentare, lo guardò con tenerezza ed amore. Bastò questo: il fiorellino aveva già assunto il colore degli occhi della bella fanciulla. Era l’ora del tramonto.  Il sole, prima di andarsene, dipingeva tutto: un po’ di verde al boschetto, un po’ di celeste al grande specchio d’acqua che luccicava ai piedi del monte, un po’ di giallo ai cespugli. Ciuffi di nuvolette naviganti completavano l’incantevole scenario reso, ora, ancor più suggestivo  dalle tinte assunte dai fiori. Il cielo si fece rosso, passò al verde, poi divenne viola. Una dolce e delicata sensazione invase la fanciulla. Si avviò, coprendosi a malapena con un fascio di fiori. Al solito prato intravide Nago. Pudicamente si nascose, ma lui, questa volta, la scorse: il colore era riuscito a ravvivare anche la sua freddezza. Le si avvicinò, la prese per mano, e così, romanticamente, poeticamente, dolcemente, tra i fiori, sbocciò l’amore.

Dalla leggenda alla realtà. Il Monte Baldo, tipica montagna prealpina, nasce nell’Era Secondaria durante la quale ebbe luogo un grande ciclo sedimentario nel mare che ricopriva tutta la regione veneta: in esso si depositarono rocce dolomitiche e calcaree, intercalandosi con basalti e tufo. Nel Terziario sul Baldo si stratificarono nuovi depositi calcarei ricchi di munnoliti. Sempre nell’Era Terziaria avvenne uno sconvolgimento di così grande portata che la nostra mente a fatica riesce ad immaginare: a seguito di immani spinte laterali, il nostro monte fu sollevato e inarcato verso l’alto raggiungendo i 3000 metri di altezza. Altri mutamenti il Baldo li ebbe durante l’ultimo periodo del Terziario (per lo più fenomeni di assestamento), ma il suo caratteristico attuale aspetto fu opera delle quattro glaciazioni (Günz, Mindel, Riss, Würm – quest’ultima, durata circa 100.000 anni, terminò “solo” 10.000 anni fa-) che lo strinsero in una morsa, modellando i suoi fianchi. Si deve proprio a queste enormi lingue di ghiaccio, l’endemismo che in parte caratterizza il suo ambiente (solo in botanica, sono una ventina le specie che portano la specificazione di “baldense” (anemone baldense, galium baldense, ecc.).
Il fenomeno glaciale, valutabile in 600.000 anni ha, infatti, lasciato tracce evidentissime del suo passaggio, improntandone l’evoluzione della flora e della fauna. Il ghiacciaio benacense si elevava fino a 1400 m. a est della sella di Loppio, a 800 m. a Malcesine, abbassandosi quindi a 400 m. a San Vigilio, e a 300 m. a Sirmione. Lo stesso fenomeno avvenne sul versante opposto, lungo l’attuale Val d’Adige-Val Lagarina. E’ ovvio che da tale fredda coltre emergesse sola la parte superiore della catena baldense, rendendola così un “massiccio di rifugio”. Tale “isola” (e molte altre simili) sono perciò servite proprio da rifugio alle molte specie che sono così potute sopravvivere durante le fasi climatiche fredde, per poi espandersi nuovamente al ritiro del ghiacciaio. Chi, partendo dalle temperate rive del Garda, risalisse le pendici del Baldo per arrivare alle sue vette, compirebbe un viaggio che in breve spazio di tempo lo porterebbe dalle rive del Mediterraneo fino alla Tundra artica: tale è infatti la successione vegetazionale che, da quella tipica della macchia mediterranea, arriva a quella che caratterizza, appunto, la Tundra. Analogie simili si trovano anche nella fauna. Basti pensare che recenti ricerche hanno catalogato sul Baldo 960 specie di farfalle che rappresentano circa il 50% della fauna lepidottera italiana. Ovvio che tutti questi endemismi portassero al Baldo l’appellativo di “Hortus Europae”, ed è altrettanto ovvio che tali peculiarità formassero oggetto di interesse e di studio da parte, soprattutto, di botanici che già dal ‘500 indirizzarono qui le loro ricerche: all’inizio sicuramente frenati da non poche remore. Anticamente, infatti, le montagne costituivano per l’uomo un mondo ostile, sia perché risultava difficoltoso l’accedervi, sia perché veniva considerato un territorio di nessun interesse e di nessuna utilità.
Se poi si pensa che quelle desolate altitudini si ritenevano abitate da spiriti malefici, gelosi e vendicativi, che punivano i pochi audaci che osavano avventurarvisi, si capirà meglio come la corsa alle montagne sia iniziata solo alla fine del ‘700 con la conquista del Monte Bianco (8 agosto 1786).
Nonostante si abbiano esempi di ascensioni effettuate nell’antichità, queste costituiscono delle vere e proprie eccezioni, isolate tra loro da vari secoli, e comunque del tutto estranee allo spirito che animò i pionieri dell’epoca a noi più prossima.
Tuttavia, i cacciatori per inseguire le loro prede, i cercatori di cristalli per ricavare qualche soldo dalle loro pazienti ricerche, ed i botanici per fornire le loro farmacie di sempre nuove panacee, spesso si avventuravano sui monti non certo con intenti sportivi.

Limitandoci al territorio veronese, si può senz’altro affermare che antesignano in questo campo fu Francesco Calzolari. “Speziale alla Campana d’Oro in Verona, erborizzatore, collezionista e autore di scritti botanici”: era nato nella città scaligera nel 1522. Quando non sedeva dietro il bancone della sua farmacia, di certo lo si sarebbe potuto trovare nel suo podere di Rivoli Veronese intento a coltivare specie, o sul sovrastante Baldo alla ricerca di piante nuove e rare da catalogare. I suoi studi lo portarono ben presto a stendere un resoconto della sua frenetica attività di ricercatore: nel 1566, infatti, dà alle stampe “In Venetia, appresso Vincenzo Valgrisio” un delizioso opuscolo “Il viaggio di Monte Baldo, della magnifica città di Verona”.
Si tratta della prima pubblicazione scientifica del Baldo, ed il primo abbozzo di “Flora” pubblicato in Europa. In calce al testo “l’honorato M. Francesco Calzolaris” si premurò di aggiungere “una modesta appendice a questo trattato ad uso degli speziali, degli studenti e dei professori di medicina e di ogni altro che di questa cognizione si diletta”.
Di questo suo viaggio, poi, l’autore non si limita ad elencare le piante trovate lungo il percorso, ma con un mirabile esempio di spaccato paesaggistico, ci descrive come queste vivono. ”Partendosi dunque per andare a  Montebaldo, fuori subito della città,  si  cavalca per  una campagna grandissima, ne la  quale nasce copia di …” E qui sciorina tutta una serie di specie, fintantoché “si giunge ad una villa distante otto miglia posta nella destra ripa de l’Adige a canto la campagna, … chiamata Bussolengo da una collina che in ripa al fiume è tutta di schietti boschi di bosso ricoperta…”
E così di nome in nome, di specie in specie si arriva al monte Baldo che “per la sua meravigliosa grandezza, e per il sito per tutta la Italia assai famoso, è posto nelle fauci delle Alpi che partono da Rethia dall’Italia, in confine del territorio Veronese e Tridentino. Questo sì come il suo Giogo sino al cielo salendo, di altezza supera tutti i vicini monti, così di bellezza di sito non è a qual si voglia inferiore. Ha le sue radici da l’una parte verso l’Oriente ne la ripa dell’Adige, l’Occidente nelle  amenissime riviere del Benaco, dal Mezzo Giorno ha la campagna, dal Settentrione gl’altri monti contigui”. Calzolari fu anche un precursore della moderna ecologia perché nel suo “Viaggio” colse lo stretto rapporto esistente tra piante, ambiente e clima, e fornì la definizione di microclima.
“Che diremo “ –si chiede – “della diversità dell’aria?… veramente ch’egli è una maraviglia che chi per questi luoghi camina da una picciola distantia all’altra vi sente tanta differentia, che gli pare non solamente mutar regione ma etiando clima… e da questa diversità di siti senza dubio nasce, che in questo luogo si trovano tante varietà di piante”. E poi da appassionato botanico diventa estasiato alpinista: “Con flessuosi giri scorrendo l’Adige, quasi un picciolo rio giunge ne la città, il sito della quale, e la forma, e le parti, benissimo si possono d’una in una   discernere, e appresso se avviene che il témpo sia sereno, e lucido e chiaro l’aria, si scorge tutto il piano del Veronese, tutti i castelli, e città circonvicine, non altrimenti che se fossero in un vaghissimo quadro di Fiandra dipin…te” Attratti da una simile descrizione era logico che il Baldo divenisse meta di studiosi e di erboristi, primo fra tutti Giovanni Pona (1565 – 1630). Concittadino di Calzolari, farmacista, botanico, studiò pure lui le piante del Baldo, pubblicò nel 1617 una pregevole opera, divulgata in varie edizioni, illustrata da splendide immagini in bianco e nero, “in cui si figurano e descrivono molte rare piante de gli Antichi, da Moderni fin’hora non conosciute”.

Già da allora, e per parecchio tempo poi, si riteneva che la cima più alta fosse il Monte Maggiore (toponimo che alle volte tuttora appare su alcune carte). Ma la sua altitudine (m. 2199) è superata dalla Valdritta che con i suoi 2218 m. è quindi, anche se di poco, è la cima più alto del Baldo.
Cima Telegrafo è nome che si comincia a trovare ai tempi delle guerre napoleoniche. Si narra infatti che il Bonaparte facesse fare, da questa cima, segnali con fiamme e fumo alle sue truppe che guerreggiavano nella Pianura Padana. E da tale circostanza la vetta assunse il nome di Telegrafo. Nome che va sempre più sostituendosi a quello antico, specialmente da quando ci si è accorti della sua fasulla supremazia.

E fin da allora il Baldo…si chiamava Baldo. L’etimologia avvalora l’ipotesi che il nome, già di per sé significativo di ardito, fiero (aggettivi che ben si addicono a questa ruga lunga 38 km., che improvvisamente sorge, tra la Val d’Adige, ed il Lago di Garda, deriverebbe dal tedesco Wald (bosco). Molto dubbio appare la derivazione erula di Bald (foresta) essendo di origine assai remota.

L’inconfondibile sua sagoma si nota immediatamente già dal mantovano, ma è da Verona che il monte si staglia a nord-ovest in tutta la sua lunghezza, caratterizzandone il paesaggio. E’ visibile da ogni luogo: un monte amico, caro ai veronesi che ne conoscono gli umori, e dal quale ricevono quella particolare arietta che li rende vivaci, gioviali, “tuti mati” insomma! Aria che ha anche ispirato pittori e poeti: come non ricordare qui “el Monte Baldo” del grande Berto Barbarani?

Co i piè nel lago e co la testa sconta
Fra le nebie che fuma a fiochi, a fiochi,
co una tempesta quasi sempre pronta
par fulminar le barche de i pitochi;

cargo de gobe, che finisse in ponta,
col fogo drento, che lo magna a tochi…
Quando la rabia nel çervel ghe monta,
tuta brontolamenti e tuta s-ciochi;

e i boschi alti salta su de furia
soto i colpi de vento che li scuria,
e no ghè baito che se tegna saldo

e no gh’è fosso che no para un progno,
una note sveiandome da un sogno,
da la Ferara ò visto Monte Baldo!

Quando che el lago fa la so cantada,
el Montebaldo par dormire se chieta,
e no gh’è sengia o àlbara o stradeta
che no se senta l’anima striada.

E alora svelte ciapa su la strada
proprio incontro a Verona che le speta,
le ariete fine che me fa poeta,
lucide e fresche come la rosada;

parchè i artisti de le cose bele,
quei che ghe roba el verde a la campagna,
quei che ghe strussia i basi a le putele,

sapia el segreto de ste cose bone
e traverso el çervel de la montagna
veda quadri de versi e de madone!

Impossibile ricordare tutti i botanici che salirono pazienti il monte e ne descrissero la flora. Qualche nome, però: Giovanni Francesco Seguier (sec. XVIII), Ciro Pollini (sec. XIX) e Agostino Goiran (1834 – 1909). Già, Agostino Goiran: nato a Nizza, giunge a Verona nel 1869 per insegnare fisica e matematica al Regio liceo “Scipione Maffei” e scienze naturali al Regio Collegio “Agli Angeli”. Subito s’innamora del territorio veronese tanto da percorrerlo, infaticabile, in lungo e in largo. Le sue attenzioni sono rivolte alla botanica (parecchie le pubblicazioni), ma non trascura la fisica e la meteorologia. Nella “Storia sismica della provincia di Verona e catalogo dei terremoti” compendia i suoi studi. Nel 1875, percependo la validità di quanto dodici anni prima Quintino Sella aveva proposto a Torino, costituisce, la sezione veronese del Club Alpino Italiano. Il nuovo sodalizio organizzò subito alcune alpinate alle quali aderirono parecchi soci. Le escursioni si svolgevano quasi sempre sui monti veronesi e specialmente, manco a dirlo, su quel Baldo che i cittadini potevano scorgere dalla propria abitazione. Ecco allora presentarsi la necessità di istruire ed istituire le guide che avrebbero consentito una sicurezza per chi si avventura in quei luoghi scarsamente conosciuti. Eppoi era assolutamente necessario pensare ad un ricovero in quota. Fu così che nel 1897, e tra molte difficoltà, fu edificato il primo rifugio della sezione CAI di Verona. Sorse poco sotto la cima del Telegrafo e fu dedicato ai due pionieri che prima di tutti fecero conoscere le peculiariatà del Baldo: Calzolari e Pona. La sempre maggior frequenza evidenziò subito che quel povero ricovero non era sufficiente, per cui si dovette por mano agli ampliamenti che furono realizzati già nel primo decennio del ‘900. Ma molti altri ne seguirono finchè gli ultimi effettuati negli anni 1980 e !990 portarono quel primo, e primitivo, ricovero all’attuale efficiente rifugio. Nel 1963 un gruppo di amici del dott. Giovanni Chierego decisero di costruire un rifugio in memoria dell’amico scomparso. Il nuovo manufatto venne eretto a 1911 m. sulla cresta della Costabella e fu intestato alla Sezione di Verona del C.A.I.. Dopo il degrado subìto dalle intemperie, solo nel 2005 “Chierego” è ritornato in piena efficienza, grazie ad una radicale ristrutturazione costata non pochi sacrifici economici, dissanguando le già anemiche casse del C.A.I.

Molti, molti anni sono trascorsi da quando Novezzina e Nago furono sul Baldo i protagonisti della storia d’amore con la quale abbiamo voluto iniziare queste note, ma il fascino che questo magico monte esercita è rimasto immutato, anzi, la sua fama continua ad attirare folle di appassionati desiderosi di conoscerne le sue peculiarità. Speriamo che tutti lo vogliano amare come Novezzina amava Nago, e che amandolo lo possano anche rispettare. Il Paterno Monte con la sua flora, meravigliosa protagonista, è lì a testimoniare ancor oggi la veridicità di quella leggenda. E se potesse parlare ci direbbe di quell’incantevole serata, di quell’ora di serenità, di poesia e di amore, vissuta da Novezzina e Nago.
Se nella solenne calma di una serata d’estate vi capitasse di indugiare sul Baldo, e tra quei fiori ammirare laggiù in basso il luccicante lago, potreste ancora, forse, anche voi sentire il suono dello zufolo di Nago.  “Te lucis ante” Sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente;… ” E se non l’estasi di Dante, quando nel Purgatorio, assieme a Sordello, udì quell’inno che si canta nell’ultima parte della compieta, almeno un po’ di commozione nel sentire quella dolcissima nenia certamente vi prenderà. Vi sembrerà quasi una preghiera: una preghiera di ringraziamento al vero Creatore di tante meraviglie. Probabilmente sentirete poi anche il fruscio di una veste passare come carezza sul vostro volto: è lo spirito vivente della dolce Novezzina regina di quel monte e dei suoi colori. E una serenità infinita entrerà nei vostri cuori.
Ezio Etrari