IL MIO BORGO TRENTO

Venendo meno a non credibili promesse (fatte a me stesso) di lasciar perdere la grafomania che ogni tanto mi assale, sollecitato, stuzzicato e desideroso di descrivere il mio Borgo Trento di tanti anni fa, rimando ad altra occasione il pensionamento grafologico e ricomincio a scrivere.

Ma non più giovane come sono (eufemismo) mi viene di pensare quanta ragione aveva quella burbera professoressa che, con costante monotonia, giudicava stentati ed insufficienti i miei compiti d’italiano. Anzi pretendeva raddrizzare le mie povere (ma simpatiche e genuine) strutture dialettali, retaggio della fuga da una Verona martoriata dai bombardamenti. Una fuga che mi aveva portato a contatto di umanissime persone, i cui vocaboli però non corrispondevano esattamente a quanto pretendeva la dotta mia insegnante. Tutto per arrivare a dire che azzardarsi ora a tirar fuori qualche ricordo e stenderlo, grammaticalmente corretto, su di un foglio, a 70 anni di distanza, mi sembra oltre che imprudente, anche impudente e temerario.

Ma tant’è. Fiducioso che mi si vorrà perdonare l’imperdonabile debolezza, chiudo gli occhi ed incomincio a sognare:

Sogno il mio quartiere sul filo di una struggente nostalgia: un lungo salto a ritroso nel tempo. I primi volti che mi appaiono (e non potrebbe essere diversamente) sono quelli dei miei genitori. Il luogo è Via Arsenale (ora Via Ciro Menotti) i cui frondosi ed ombrosi castagnari davano sollievo alle calure estive. Al numero tre abitavano gli Etrari: quèi de le scarpe. Per un quarto di secolo quella casa un po’ anonima, ora ancor più démodé, circondata da uno spelacchiato giardino, cintata da una bella cancellata in ferro (poi sacrificata alle esigenze dalla patria in armi), è stata l’accogliente nido nel quale trovava rifugio, materiale e spirituale, la spensierata fanciullezza dei du gemei: Ezio e Bruno.

Fanciullezza penalizzata dalla guerra, anche se materialmente l’abbiamo vissuta solo in parte (i nostri genitori ci avevano sfoladi alle Scandole, una contrada a 6 Km. da Boscochiesanuova), ma psicologicamente ci aveva turbato non poco. I bombardamenti, che anche da lassù si udivano, ci preoccupavano molto, dal momento che i nostri cari erano rimasti in città.

Terminata la buriana ritornammo nel nostro Borgo Trento. La città era un cumulo di macerie, ma per fortuna il borgo non aveva subito gravi danni. Assai duro fu l’impatto con la realtà, e tante furono le sorprese: alcune liete, altre tristi. Ad esempio, vedemmo per la prima volta i soldati di colore che, con i guanti (non avevamo mai visto lavorare con i guanti) stavano costruendo il ponte della Vittoria: con tralicci in ferro ci riuscirono in breve tempo. Subito dopo fu gettata anche una passerella di legno sui resti del ponte Garibaldi: e così il centro città era raggiungibile. Già gli americani ci erano simpatici: alcune loro attività furono sistemate nei giardini presso il ponte Garibaldi, dove spesso ci si recava per prendere al volo il ciungam che i soldati ci gettavano. Era sì tornata la pace, ma il dopoguerra continuava a riservare ai cittadini non pochi problemi che solo più tardi sarebbero stati in parte risolti. Sul fianco sinistro della nostra parrocchia, San Giorgio in Braida, era stato organizzato un “cerca persone”. Su grandi tabelloni erano segnati migliaia di nomi: si chiedevano notizie delle molte persone che, complice la guerra ed i campi di concentramento, si era persa ogni traccia. Alcune (poche) ricomparvero, ma di tante altre non si seppe più nulla. E la nostra tristezza si accumunò con quella di alcuni nostri amici che invano atteso il ritorno dei lodo padri.

Per fortuna la spensieratezza giovanile ebbe il soppravvento. I giochi, fatti di poco e con poco, c’impegnavano in avvincenti sfide, che si sarebbero prolungate all’infinito, se il richiamo dei genitori non ci avesse ricordato i quotidiani impegni. Il nostro campo-giochi era la strada: il traffico (che consisteva in qualche rara automobile ed in qualche bicicletta) non disturbava certamente la nostra ludica occupazione. La disturbava invece, eccome, l’inopportuna apparizione del cana: era allora una veloce ma ordinata fuga verso un esiguo varco (inaccessibile al diligente vigile) all’uopo ricavato nella siepe di sambuco che circondava tutta la grande proprietà degli Acquarone. Anche questa volta, l’ennesima, avevamo evitato il sequestro della palla (faticosamente costruita con carta bagnata. Pressata, e ingegnosamente avvolta in un reticolo di spago), ma soprattutto avevamo evitato l’impietosa ed incomprensibile multa. Del resto nel nostro Borgo non esistevano campi da calcio: il più vicino era situato nel sub-quartiere Pindemonte, accanto alla Cesèta, ma questo era riservato ai ragazzi della parrocchia del Sacro Cuore, e a noi interdetto per una atavica rivalità zonale. Finita la guerra, e divenuti più grandicelli, la voglia di calcio si fece più impellente per cui, alla domenica, era necessario trasferirci al Campo dei Bersaglieri: l’unico disponibile nelle vicinanze. Ma per poter giocare bisognava ciapàrse el campo: ad appannaggio quindi dei primi che riuscivano ad occuparlo. Dovevamo perciò alzarci all’alba accettando di buon grado la levataccia mattutina. Naturalmente lì spogliatoi non ce n’erano, per cui, anche d’inverno, ci si doveva cambiare all’aperto indossando braghete e majete che solo in parte proteggevano dal freddo intenso, al quale non badavamo molto. C’era però un’altra difficoltà: il campo si trovava aldilà del ponte Catena che era stato distrutto dai tedeschi in fuga.  Non era quindi possibile raggiungere via-terra l’agognata meta: dovevamo perciò servirci della barca che faceva servizio tra le due sponde. (D’estate, i più temerari attraversavano l’Adige a nuoto: io però non figuravo tra questi).

Più semplice era giocare ai quercioleti seguendo un percorso tracciato con il gesso sull’asfalto della strada. E poi, secondo le mode, si giocava al sciànco, ala peta, ale pice, ale figurine, a saltamoleta, al moscolo, ai quatro cantoni, a scondarse, a darsela ecc. ecc.

I pericoli della strada preoccupavano non poco i nostri genitori: in effetti, anche se il traffico non era nemmeno lontanamente paragonabile all’attuale, l’attraversamento di Via Mameli era problematico a causa del trenino della Verona-Caprino-Garda, e del parallelo tram per Avesa. Era quindi necessario che alle elementari A. Provolo (entrata da Via Cesiolo) ci andassimo accompagnati. Il breve percorso era alle volte interrotto per comperare i brombigoli dalla Rosi o dalla Norma, il panino dal Doro, la cannuccia con il pennino e l’inchiostro dalla Milieta. Ci si soffermava anche ad osservare, tra l’acre odore di unghie bruciate, mussi, muli, cavalli che pazientemente attendevano il loro turno per essere ferrati dall’abile Migola. Il denso fumo della fucina aveva annerito tutto in quello stanzone: maniscalco compreso. Unica nota di colore era data dalle brace che, ravvivate da un bolso mantice, arroventava i ferri. Era poi tutto uno scintillio quando Migola li batteva con un grosso martello, su di un forte incudine che, ad ogni colpo, emetteva suoni ormai scomparsi.

Ma molti altri suoni non si odono più. Come quello della massaia che al mattino, accudendo alla casa, si esibiva, falsamente sicura che nessuno l’udisse, in estemporanee canzoni: fiorellin del prato, Rosamunda, addio mia bella signora, mamma, se potessi avere mille lire al mese, parlami d’amore Mariù. Questo il non vasto repertorio, spesso intervallato da brani d’opera. Nella lirica era forte anche un signore che abitava nella casa accanto: lui però si esibiva solo quando era in bagno, perciò tutto il vicinato conosceva, oltre alle sue qualità canore, anche la sua regolarità lassativa. L’acuto finale era considerato come un urlo liberatorio che lasciava soddisfatti sia il tenore sia il vicinato: e spesso scrosciavano applausi.

Vicino a noi c’era il magazzino del masaròl dal quale il vicinato si riforniva di legna, carbone e poi, all’avvento delle giassàre (che avevano messo in quiescenza le simpatiche moscarole), anche il ghiaccio venduto a pezzi, abilmente tagliati con un punteruolo, da una lunga steca della refrigerante novità. Come poi non ricordare i richiami del paroloto, del moleta, del latar, dello spassacamin, del spassin, del postin, o come quello del torototela al quale piaceva la polentina specialmente col bacalà: torototela, torototà. Tutti suoni di cui s’è perso l’irripetibile tono, che forse armonioso non era, ma genuino e spontaneo certamente sì. Condito spesso da quell’umorismo, da quel carattere faceto ed ironico tipico dei veronesi di quel tempo, contagiati dalla frizzante aria del Baldo: quell’aria che li rendeva un po’ tuti mati.

Fascinoso, per noi, era il trenino al quale avevamo posto il soprannome di cafetiera, per il fatto che, spesso, mancando il carbone, i viaggiatori erano costretti a scendere dal treno per procurare il legname necessario a fa funzionare l’ormai quasi spenta caldaia. Su di esso ben raramente noi viaggiavamo, ma sul quale frequentemente viaggiavano i nostri sogni. Lo vedevamo sferragliante, traballante, ma dal dignitoso incedere, sopraggiungere sugli ormai logori binari, preceduto dall’acuto fischio, e seguito dal nero pennacchio abbondantemente emesso dal fumaiolo. Lo attendevamo come si attende un amico e lui, passando, ci accarezzava con sbuffate di vapore. Già, il trenino. Non se ne può parlare senza ricordare il burbero Bogoni. Era questi l’addetto alle sbare: quei due grossi e lunghi pali di legno che lui, tirandoli con una catena, doveva abbassare ad ogni passaggio del treno. E questo non era un lavoro difficoltoso: lo diventava invece quando le doveva rialzare. Il contrappeso formato da un grosso blocco di pietra poteva portare in alto l’incauto manovratore. L’operazione, al mattino, gli riusciva quasi sempre bene, ma verso sera diventava maledettamente più complicata perché il buon Bogoni, tra un treno e l’altro, trovava ospitalità e ristoro presso la vicina osteria, dove abbondantemente si dissetava (non con l’insipida acqua). Alle volte, poi, addirittura si dimenticava del passaggio a livello: dovevamo allora intervenire noi per fermare il traffico, assecondati dal macchinista che, visto il pericolo, rallentava notevolmente la velocità del treno, il quale emetteva laceranti tuuu, tuuu.

A rivaleggiare in altezza con le lunghe sbare vi erano, lì accanto, due enormi platani. Tra di essi si apriva un cancello che dava accesso alla rigogliosa vigna sotto la quale, nelle calde serate, gli avventori della trattoria alla Rotonda si gustavano una succulenta tripa, una fresca gasosa, o un buon bicchiere di vino. D’inverno era questo il ritrovo di alcuni operai che, a mezzogiorno, si permettevano un bicchiere di rosso parsimoniosamente sorseggiato durante il povero pasto portato, con la ramineta, da casa e che lì, al caldo d’una generosa stufa, tranquillamente consumavano prima di riprendere il lavoro.

Eppoi el tran: altro indelebile ricordo! Anch’esso, sebbene un tantino più freddo del treno, era un amico. Un amico compassato, serio, affidabile. Oddio, l’età non gli permetteva certamente follie, ma lui, imperterrito, indifferente ad ironici e compassionevoli sorrisi, tirava diritto per la sua strada ferrata raggiungendo, forse un po’ ansimante, il capolinea di Avesa (quello a valle era sistemato all’inizio di Via Mameli, sotto la stazione della Verona-Caprino-Garda). Alle volte doveva però interrompere il suo dignitoso incedere trovando la via occupata dal carro (e relativo musso) di una distratta lavandaia che aveva parcheggiato sul binario, onde poter consegnare la profumata biancheria a qualche cliente più ciacolòna del solito. Allora era con un rabbioso picchiettio sullo squillante campanello che il manovratore tentava di farsi liberare la strada. E quando tutto ciò risultava vano, non di rado doveva scendere dalla vettura per indurre, aiutato dal bigliettaio, il recalcitrante ronzino a parcheggiare altrove.

Altro ricordo fanciullesco sono gli enormi cavalli (erano noti come i cavai de Consolaro: cioè quelli che trasportavano i sacchi di farina prodotta dal noto mulino di Viale Piave), cavalli che trainavano robusti carri sui quali erano sistemati i grossi preoni estratti dalle cave della Val Galina situata nei pressi di Avesa: la piera galina, appunto, apprezzata fin dall’antichità. Con queste pietre calcaree (assai simili al magmatico tufo) era stata costruita gran parte di Verona. I robusti quadrupedi, dalle pessime abitudini igieniche, disseminavano la strada di altrettanti robusti petoloti sui quali si precipitavano, anticipando le mosche, solerti massaie per accaparrarseli: erano, infatti, ritenuti fertilizzanti molto efficaci per la concimazione dei fiori che, ugualmente, conservavano il loro profumo, anzi lo accentuavano…

Anche l’avvento della filovìa nel borgo è stata una novità a lungo attesa. Il capolinea (del 2) era posto all’incrocio tra Viale Nino Bixio e Via Arsenale: in quel punto la linea girava per Via Rovereto e Via delle Argonne, da dove ritornava in Viale Nino Bixio proseguendo poi verso la città.

Ecco, questo era il mio mondo, fatto di piccole cose, di aria pura, di serenità, di semplicità, di umanità, di amicizie. Forse un mondo materialmente più povero, ma certo spiritualmente più ricco. E qui mi sovviene il tanto atteso mese di maggio quando nelle tiepide e profumate sere si usciva, in allegra compagnia, per partecipare al fioreto. La nostra parrocchia, San Giorgio in Braida, era molto frequentata: famiglie intere, ragazzi e ragazze di ogni età si ritrovavano sì per rendere omaggio alla Madonna, ma anche per scambiare quattro ciacole. Specialmente per le ragazze, che ben difficilmente potevano uscire la sera, questa consuetudine veniva a fagiolo… per dimostrare la loro devozione alla Vergine Maria. E così erano contenti genitori, ragazze…e noi. La venuta della televisione avrebbe, poco dopo, cancellato anche questo. Peccato!

Spesso, divenuto più grandicello, qualche sera d’estate mi accadeva di indugiare a contemplare la splendida campagna che da Via Arsenale si estendeva fino al ponte Catena. Il sole radente dava rilievo agli alberi e colorava di fuoco le ormai mature messi. Nel viottolo (pomposamente chiamato Via Camozzini) mi fermavo ad ascoltare il ruscello che, costeggiando la stradina, si inoltrava poi tra i campi: l’acqua correva veloce ninnando una dolce canzone. Era come una preghiera: quella preghiera che chiude la serena giornata del giusto.

Dopo molti anni, la scorsa estate sono ritornato in quei luoghi, ma il mio caro vecchio Borgo Trento non l’ho trovato. Al suo posto ho invece trovato un agglomerato di casoni, anonimi, freddi, tristi. Ho visto volti tesi, cupi, preoccupati: dov’erano arguzia, bonomia, facezia, letizia, serenità che, nonostante tutto, caratterizzavano gli abitanti del mio vecchio Borgo?

Le strade erano semideserte: una serata che solo le ferie sanno ancora rendere tranquilla. Mi sono seduto su un grigio gradino di cemento, all’incirca dov’era il vecchio cason (tra le attuali vie Butturini, 24 Maggio, Ferroni): improvvisamente, chiudendo gli occhi, ho sentito il ruscello cantare quella sua dolcissima nenia. Te lucis ante! Si devotamente le uscìo di bocca e con si dolce note che fece me a me uscir di mente. E se non l’estasi di Dante (quando nel Purgatorio, assieme a Sordello, udì quell’inno che canta nella compieta) certamente una profonda commozione mi prese: è stato come riandare lungo sentieri di nostalgia trovando per l’anima spazi incontaminati e puri. Poi mi sono svegliato. Il bel sogno era svanito e, con esso, anche il mio vecchio caro Borgo Trento.

Ezio Etrari