Wanda Girardi Castellani

La poetessa Wanda Girardi Castellani, ritratta qualche anno fa, in Piazza Vittorio Veneto, mentre recitava alcune sue poesie. Dopo di allora e “scomparsa” all’interno di Villa Monga.

È deceduta il 16 del mese scorso. E’ stata una delle maggiori poetessa del nostro Cenacolo e non solo. I suoi figlioli, mi hanno incaricato di recitare una sua poesia durante il funerale. AMO LA VITA

Amo la vita

L’è tuta na scoperta…l’è un stupor
da quando le persiane le tamisa
el primo sol sfaciato el primo canto
a quando il dì nel fogo el va morir.
Amo e me incanta tuta la natura
da le sime più alte, al bao par tera.
Amo quel Dio che sempre trasprisse
Da le assioni de l’omo e in quel che l’è.
Amo ci me vol ben, ci no’ me ama.
Amo l’amor, quel dolçe e quel amaro:
Amo el dolor che sta drio de ogni gioia
Levegàndose a pian nel mar dl tempo
Come la véra soto la fontana.
Amo i me sogni cine de ogni note,
che no’ gà fine mai oltre el risveio
e amo la çertessa de la morte
parché dopo el mister e quela porta
amo pensar a un mondo
anor mejo..

Wanda Girardi Castellani.

Ciao Wanda
Piano primo de Vila Monga:
passava de spesso
a troar la me amiga……
ghe andàa par dover,
ma con fadiga, l’è vera,
a vedar tanta gente
ridota in quela maniera…
e ti, Wanda, tra tubi e tubeti,
te me contai del Cenacolo,
de poeti e de soneti…
Sensa mai na lagrimeta,
sensa mai un lamento…
Te parlavi a stento…
e anca se ero lì arente,
capìa poco o quasi gnente.
… Dopo ani e ani,
t’è finì de tribular
e te si ’ndà nel Paradiso dei Poeti…
N’amiga te si stada,
malada anca de rime… e de nostalgie…
T’eri come na soca,
incastrà drio a un progno,
doe come funghi,
nassea armonie de versi.
Po’ t’è finì el to Calvario…
Sul bufeto, un libreto de poesie
e na corona del rosario.

 

Bruno

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a casa
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per un pezzo di pane
che muore per un SI o per un NO.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi sfascia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi)

San Pietro Martire compatrono di Verona

Sarebbe proprio il caso di dire, scrivendo queste note, nemo propheta in patria, riferendomi a San Pietro Martire. Veronese “de sóca”. Pietro Rosini, questo è il suo nome, nacque nel 1203, o giù di lì, in via Sant’Alessio (parrocchia di Santo Stefano). Proveniva da una famiglia religiosa, appartenente a una setta detta dei “catari” o “patari”, bigotti e poco tollerati dalla Chiesa Romana.

I Sacramenti erano del tutto astrusi, completamenti differenti da quelli cristiani: non si sposavano, non mangiavano uova, carne, latte ecc. Non facevano nemmeno pratiche sessuali (mi domando in che modo nacque il buon Pietro….) Ma questa è un altro discorso…
Il nostro futuro santo, dunque, capì subito, che le regole religiose praticate anche nella propria famiglia, non potevano incontrare pareri favorevoli nella stragrande maggioranza dei veri cristiani.
Studiò molto a Verona e poi a Bologna. – Divenne un predicatore eccelso e un tenace oppositore dei movimenti eretici. Fu mandato per qualche anno a Firenze e poi nel 1241 a Milano. Fu nominato inquisitore da Papa Gregorio IX, presso il convento di Sant’Eustorio posto nella città lombarda.
Da considerare che il popolo religioso milanese fosse per l’ortodossia. Sicché il frate dovette combattere a lungo. Un “lavoro”, veramente gravoso per il monaco veronese.

Le sue omelie furono senz’altro dure, verso chiunque non rispettasse i comandamenti cristiani, attirò su di sé le ire di chi era contrario alla sua dottrina.
Fu pure senz’altro inflessibile verso gli infedeli e verso se stesso. Digiunava spesso e pregava incessantemente.
Il 6 aprile del 1252, di ritorno da Como, dove evidentemente le sue parole non trovarono fertile terreno preso quelle popolazioni. Sta di fatto che in una zona boscosa nei pressi di Seveso, fu tesa un’imboscata. Un delinquente lo prese all’improvviso per un braccio e calò un fendente proprio sulla testa del povero Frate. Difatti nelle immagini che rappresentano il santo, appaiono sempre con un “stegagno” (in veronese) o meglio una “roncola” conficcata nel capo.

I veronesi commossi per quanto accaduto, pensarono di ergerli una chiesa in onore del “nostro” San Pietro. Scelsero il luogo, dove sorgeva una piccola chiesa intestata a Sant’Anastasia, posta al termine del “decumano Massimo”. Passano gli anni e la memoria si accorcia.
Arrivarono i “domenicani” nel 1290. Iniziano la costruzione con i soldi dei Castelbarco e degli scaligeri. Divenne la chiesa più grande di Verona. Si dimenticarono del nostro Pietro e la intestarono, la chiesa, a Santa Anastasia, romana, martire pure Lei.
Di S. Pietro si possono vedere, alla base di un pilastro della maestosa facciata, alcune scene della sua vita. Al compatrono di Verona fu eretto un altare (il primo a sinistra per chi entra). I lavori per la costruzione della stupenda chiesa terminarono nel 1401.
Altra chiesa scaligera, a Lui cointestata, del trecento, è san Giorgetto, domenicana anche questa. Per finire al povero Pietro non restò che l’umile chiesetta, semisconosciuta, fatta costruire nel luogo dove il santo nacque, e null’altro.

Póro Piero: béco (tradito) e bastonà…                                             Bruno

Anche i nonni vivono l’attesa

E’ nato Iacopo il nipotino di Bruno e Rosanna Etrari e il nonno ci ha scritto:

Oggi’ho preso in braccio Iacopo e le ho detto: Senti bocia, già adesso ti dico che, per ragioni del tutto personali, non potrò essere presente al tuo matrimonio. Però, a me sembra, di non avere impegni per il tuo battesimo e forse, ripeto forse, ma non ne sono sicuro, per la tua Prima Comunione ,cercherò di liberarmi da una brutta signora, che mi vorrebbe con Lei per quel giorno. .Vedremo. – Iacopo non so se abbia capito..

Per lui queste poesie

e quest’altra:

A me Neodin che l’è in viaio…
Ancora non te conosso, Neodin,
so solo che te vivi nel cor de to mama,
e questo, intanto me basta.
No so come te-te ciami,
de ti no so gnente,
so solo che te si sta impastà,
da mama e papà,
co’ farina bianca, masenà
nel molin de del’Amor…
So anca, ti no’ te lo sè,
che mi te voi ben assè…
…..
e stassera te si rivà…
Èco, ancó te sì nato,
so che te-te ciami Iacopo,
un mome importante,
Iacopo, come el fiol de Dante
so che to mama la sta ben
so che to papà l’è saren,
… e Martina e Francesca, to sorele,
le te aiutarà a cressar ben, ele.
So che te pési tri chili e oto eti,
e to noni adesso i-è più chieti…
Se fusse un poeta
te scrivaria na poesia,
se fusse un pitor te faria un quadro,
sercando i colori in fondo al me cor…
Voi e dirte stassera, Iacopo,
ben rivà su sta tera!
Te fasso i auguri più bèi, più sinceri,
che te possi vivar in un mondo
sensa odio, sensa guere
e sensa filibustieri.
Ciao Iacopo, a presto.

Nono Bruno                                14 Gennaio 2016 (San Felice)

COMPLIMENTI  AI NONNI !!!

Buon Natale

Presepio

No, non son bon, Gesù mio,
se davanti al me presepio
no’ trovo momenti de pace;
gò un crussio che no me va via:
penso a le cune ude de Rachele,
a le lagrime de Giusepe,
al gran dolor del bon Giacobe…

Mosè, più no’l prega el Signor,
perché el spartissa, le aque
de l’indiferensa e ch’el fassa
cascar la mana su la gente
afamada. E ghè Arone, Gesù,
che’l costruisse ancora i bo de oro…

E l’è sempre, sempre qua Erode
che, co’ spade de odio, el trapassa
l’inocensa de tanti butini.

Ma come fasso a troar, Bambin
Santo, atimi de vera pace?
Penso a quela antica Tera,
cuna vera de l’Umanità                                        
e cuna del Cristianesimo,
deventà cuna de l’odio?

La luce che vien da quela stala:
l’è un faro grando de speransa…

Di cuore auguro ogni bene

Bruno       

Centenario del Bombardamento in Piazza Erbe

La Grande Guerra
Piazza Erbe -14 novembre 1915-

I le sentìa el rengo i veronesi…
e da la tór i  sonava le trombe:
“Alarme…alarme”- i sigava i piasaroti-
“Via …via al riparo, là, soto i porteghi…
Gh’è tri reoplani, i molarà le bombe…”

Scapa l’osto e i botegari; le ronde
se da da far: corì, par la madona…
 …La Piassa, uda, gh’è solo do colombe
su la testa de “Madona Verona”

El leon su la colona el par in péna,
tase la gente: vien zo con un lamento
na bomba…un scopio sbrana el silensio,
un scosson, che fa tremar fin la Rena…

…tuti i scapa: resta lì quaranta morti….
 e gh’è feriti che siga, lì a un passo…
… Pianse là sora “Madona Verona”,
se inchina la tór davanti al spegasso…

Bruno Etrari

Paure

Èto sentì ancora
i lamenti
de ci cascava soto i colpi
viliachi de giovani invasadi?

T’èto svejà de note,
de sorasalto,
al primo rumor, co’ la paura
che i vegnesse a portar via to pare?

Èto, èto  mai visto
persone oneste
maltratade, umiliade, schivade
come lebrosi, sol paché i-èra ebrei?

Èto sentì ancora
“Radio Londra”,
de scondon, de note, pa’ paura
che’l vissin el te fasesse la spia?

Sito mai vissù
co’l teror,
teror de tuto e de tuti,
teror de “far” de “dir” qualcossa in più?

Se tuto questo, ieri,
no’ te l’è proà,
no’ te pol saver, no’ te pol gustar,
ancò,
       el profuma genuin de la LIBERTA’.

Bruno Etrari

I platani de Via Mameli

I platani de Via Mameli

…e mussi e careti de lavandare,
proprio lì soto a sponsar a l’ombrìa:
un goto a i omeni, e da na fontana,
fata a boca de leon, aque ciare

par i mussi e lavandare e butini:
che spiansade, apena fora da scola!
I platani, come ale, i ne tegnea
soto, come la cioca, i so pulsini …

Rideva rami e foie, pieni de osèi,
parlaa i platani con ci volea scoltar,
el tran e el trenin che le infumegava,
el quel “ciuf-ciuf” se perdeva tra i rami.

Bordel del trafico, osei solo in gresta,
i platani i fasea fadiga a respirar.
“I-è gran maladi”- i-à dito –i esperti…
…  se i tàia i rami, de l’albaro sa resta?

I platani i par, adesso, de i spetri:
nudi, sensa brassi: i fa de pecà!
E i me ricordi i va, i vola nel vento:
l’ostaria “ai Platani” no’ la ghè più,

morte le lavandare, sparì el Loril,
la fontana co’ la testa da leon,
i platani i-è pilastri de cemento:
na storia, ma, forsi l’è un monumento …
a la memoria…
Bruno Etrari

Giornata del ricordo

Ai venti bambini uccisi dai nazisti e a Sergio

De Simone, unico italiano.  ( Amburgo 20 aprile 1945)  

La primavera stava già ssbocciando

ma su i vostri sogni calò una nebbia,

fredda, fitta che avvolse i vostri cuori…

Che avevate combinato, bambini ?

Un lungo viaggio, poi in una stanza fredda.

come il cuore di un medico nazista,

Il delinquente chiamò i prigionieri,

disse poi: “chi vuol vedere la mamma,

su, faccia un passo avanti”. Era un tranello!

Purtroppo le mamme erano lontane…

Il “buon” medico dal camice bianco,

 dalla coscienza nera, fece di voi

delle cavie: esperimenti aberranti,

operazioni chirurgiche inumane.

Per mesi e mesi sui vostri corpi

furono duramente martoriati.

Vi svegliarono in un grigio mattino…

“Oggi, potrete vedere la mamma”.

V’aspettavate l’abbraccio di mamma:

l’abbraccio fu una corda attorno al collo.

Ci resta il ricordo di venti bimbi,

che l’odio furente verso una razza,

che a torto era reputata inferiore,

ha martirizzato degli innocenti.

 « Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla. »(?)

Anniversario dell morte di Nelson Mandela

Ciao Nelson  Mandela 1918 – 2013

El to coraio, el sacrificio par i altri,

esempio ciaro contro la violensa,

la to meio arma l’è sta el perdono.

Torture e umiliassioni e speranse

i volaa sóra le sbare verso e cel.

El sangue, el to sangue el gavea el color

de la libertà, po’ la to bandiera

l’èra la giusta dignità de ogni omo,

proprio de tuti i omeni,  neri o bianchi;

i to sogni i-à passà i monti e i mari

de l’ipocresia e de l’indiferensa.

T’è tirà en sasso nel lago de l’odio

e l’onda granda l’à scavalcà el mondo…

E  te si partì, in pace, par un viaio

sensa ritorno. Sluse la to stéla,

adesso, nel firmamento de i giusti.

                    Ciao, Nelson Mandela

BRUNO ETRARI